delle cose di cui volevo scrivere /2

Tre post fa dicevo di essere malata, in un certo senso. Non è proprio malata, il termine, ma è qualcosa di malsano, che ho.
Io, che sono sempre molto tollerante e comprensiva (!) ovviamente spesso mi trovo a pensare molto male delle persone che si dicono depresse. Innanzitutto, perché non lo sono quasi mai. E poi perché tutte queste malattie immaginarie, gli psicofarmaci che si prendono solo perché non si ha il ragazzo e quindi si è tristi, le trovo un argomento piuttosto ridicolo. Sicuramente il male di vivere è una malattia, e sicuramente molte persone lo provano, e sicuramente dev’essere terribile ed è giusto che sia considerato una malattia vera e propria; il problema è che al giorno d’oggi viene considerata depressione la malinconia, o la semplice tristezza.
Questa brevissima introduzione solo per ricordare che non sono una persona che ama autodefinirsi malata. Nonostante la mia stupida dottoressa di famiglia continui a insinuare che secondo lei molte delle cose che ho sono psicosomatiche dovute a chissà quale trauma subito – invece di pensare che magari, semplicemente, non sono di carattere espansivo e gioioso, capita! probabilmente sono comunque più felice di moltissimi altri suoi pazienti sani – io non sono per niente della stessa idea e preferirei tagliarmi un braccio piuttosto che mettermi a frignare che è perché sono stata picchiata da piccola se ora dormo troppo a lungo (=_=)
Però la misantropia è una malattia in tutto e per tutto e mi spaventa molto. Io non credo di esserlo, ma sono più di sei anni che ho un rapporto con le altre persone completamente malato. So quando è iniziato, so com’è progredito, so da chi è partito (grazie mille, tra l’altro, simpaticissimo ex). So anche che si è attenuato moltissimo da quando ho conosciuto jd, e questo è uno dei tanti motivi per cui sono contenta di averlo nella mia vita. Non che sia mai stata socievole, per dio, ma con il mio gruppo di persone prima ero sicura di me, spigliata, indubbiamente carismatica, molto al centro dell’attenzione. Parlavo, scherzavo, giocavo. Non socializzavo con gli estranei, ok, ma con chi conoscevo andavo alla grande.
Ora io vado al supermercato, parlo al telefono con il centralino della Enel, esco con i suoi amici, tento di rapportarmi con i colleghi. Lo faccio, nonostante il rigetto che provo molto spesso a fare molte di queste cose. Altre volte me ne dimentico, di non essere socievole, ed esco, parlo, rido a cuor leggero.
E il peso arriva tutto dopo. Sono a casa, a letto magari, e ripercorro tutti i minuti, tutti i discorsi, tutte le parole. E io in quei momenti vorrei morire. Vorrei tornare indietro e cambiare tutto, penso che non sarò mai più in grado di uscire, vorrei non avere una lingua e un volto con le sue espressioni. Mi sembra costantememte di essere fuori luogo con le parole e con i gesti. E tutto questo succede sempre dopo, quando ci ripenso. Le poche volte che mi capita di farci caso durante, devo andare a casa. Sto male a pensare a discorsi di mesi, di anni fa. Discorsi stupidi, di cui nessuno si ricorda eccetto me. Mi danno un senso di nausea. Mi sembra di essere, davvero, l’unica persona al mondo non in grado di rapportarsi in maniera normale. Io mi rendo conto che questa cosa possa sembrare una banalità, quando tento di spiegarla. A tutti capita di dire qualcosa che non va, e pentirsene, e via di seguito. Ma a me capita con qualunque cosa dica, con tutti. Vivo nel costante dubbio di dare di me un’impressione detestabile per ciò che dico e faccio, magari solo per un tono di voce diverso da quello che avrei voluto usare.
Questa, per me, è una malattia. E comincio a pensare che non passerà mai.

4 commenti

  • efraim ha detto:

    Più che una malattia, scusa la sincerità, ma a me pare un errore madornale. Almeno per come leggo quello che hai scritto, sembra che tu prenda la vita come una brutta copia di quello che (poi) passa nella tua mente. E questo, in una salsa o nell’altra, è l’errore di base che per quel che capisco io conduce a ogni infelicità: il dover essere messo prima e davanti all’essere, che è bene solo se si conforma a quello.
    In occidente credo sia un portato del cristianesimo, ma ancor più in là del platonismo e dei culti esoterici cui gli inventori del cristianesimo si sono ispirati, con la realtà che è una ombra impallidita di Dio e la vera natura nostra che sarebbe un’anima perfetta, incorruttibile, incorporea, contrapposta a quello che a farla breve siamo realmente.
    Non so, mi sbaglierò, ma a me pare sempre che il problema sia quello, anche in un caso come quello che dici te. Altrimenti non sarebbe grave: ripenseresti a quel che avresti potuto dire, col senno di poi, magari scoprendo qualche frase geniale che puoi anche scrivere ora, piuttosto che tener buona per la prossima volta, magari anche immaginandoti tutte le conseguenze possibili di ciò che non è stato e facendoti dei film in testa che peccato non aver una telecamera che registri la tua immaginazione, ma basta lì, buona lì, va bene così: sei quello che sei (e sei stata quel che sei stata); non ce n’è, è così e non può starti bene o no – sono le condizioni di partenza, non si discutono: il bello o il brutto, il bravo o cattivo, tutto vien dopo, a partire da lì. Quel che è fatto è fatto non significa solo che è inutile piangere sul latte versato, ma che è proprio sbagliato angosciarsi per il passato, anche se si è inclini all’angoscia: quella ci può pure stare, volendo, ma per quello che può essere o no, per il da farsi, non per i fatti.
    Mah, non so se mi sono spiegato… c’erano gli stoici che dicevano: “Se non dipende da te, perché ti preoccupi? Tanto non cambia qualunque cosa tu faccia. Se dipende da te, perché ti preoccupi? Dipende da te!”; sembra una stronzata, mentre è profondamente saggio a pensarci. Se poi pensiamo che il dover essere non c’è nessuna anima o mondo di sorta che gli dia verità e realtà, allora capiamo che il dover essere, oltre a essere dovere solo per noi nei limiti del rispetto reciproco, può basarsi solo sulla realtà vera, a partire da come è fatta con tutti i suoi e nostri limiti e sbavature. Allora così non si pretende più di conformarsi a un’ideale, cosa impossibile e sbagliata e sì, direi anche malata, ma si cerca di produrre qualche ideale compatibile col reale, che funga da quel che può fare un’ideale, cioè essere una vela spiegata al vento, non un sudario rigido sotto cui pretendere di sistemare in modo corrispondente il cadavere di ciò che è stato.
    Facile a dirsi? No, neanche molto facile a dirsi, ma certo difficile a farsi: può anche volerci una vita, ma abbiamo una vita giusto per volere, per fortuna e il bello poi è soprattutto questo: se decidiamo di liberarci delle nostre pretese assurde e infondate basate su una visione capovolta del mondo, non possiamo pensare di farcela di botto, chissà mai se del tutto, perfino: sarebbe una pretesa assurda e infondata! Possiamo iniziare a rilassarci e a far la pace con noi stessi da qui.

    • anija ha detto:

      Razionalmente io sono pure più razionale del tuo commento. E anche molto sicura di me. Per questo io la definisco una cosa non sana, perché è del tutto incontrollabile e del tutto fuori dal mio carattere. M’è piombata addosso improvvisamente e se ne sta andando piano, troppo piano.

  • enrico ha detto:

    ciao anija
    non ho letto i tuoi post precedenti perchè passo di qua solo ogni tanto ma volevo dirti la mia.
    Io mi sono portato dietro per più di 15 anni un problema che, anche se diverso dal tuo, come te credevo che avrei avuto per sempre.
    Nel mio caso si trattava di ansie e fobie, e anche se può sembrare qualcosa di stupido, e nonostante riuscissi comunque ad avere una vita “normale”, è qualcosa che, giorno dopo giorno, ha pesato e influito negativamente non solo nella vita di tutti i giorni ma anche in alcune scelte importanti che ho fatto.
    Dopo esserne uscito mi sono guardato indietro e ho pensato a quanto male mi sono fatto da solo, perchè ogni singolo giorno per quei 15 anni avrei avuto la possibilità di fare qualcosa per superare quei problemi. Non dico di averli persi, quegli anni, ma sarebbero potuti essere diversi, e di certo oggi quelle scelte non potrò farle una seconda volta.
    E’ vero che quando si è in mezzo a un problema spesso non è facile anche solo decidersi ad uscirne… forse ci si abitua pure un po’ alla propria situazione. Quello però che personalmente mi ha aiutato e spinto ad affrontare la cosa è stato il pensiero di non volermi più vedere “messo così” anche dopo il mio 30esimo compleanno.
    Il mio consiglio è di trovare la giusta motivazione e fare qualcosa. In genere c’è sempre qualcosa da provare per risolvere queste cose, e anche se fosse provare a parlarne con uno psicologo, non ti negare questa possibilità di uscirne.
    I nostri giorni sono importanti, anija. Non ti arrendere.

    un abbraccio

  • Mattia ha detto:

    Io nella misantropia non ci vedo nulla di male. Soprattutto visto il valore medio delle persone che ci sono in giro oggi

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