E martedì mattina e quasi niente fa presagire una brutta giornata. Mi sveglio presto, doccia, preparo e impacchetto toast, mi vesto, noto che il pesce che stava nella nursery è saltato fuori, sbuffo, do’ doppia razione di cibo al gatto sperando soffochi e la smetta di miagnucolare, esco; prima e più agitata del solito. Sì, perché l’ultima sigaretta l’ho fumata ieri sera alle 19:00 e la faccenda si sta facendo traumatica; esco presto per passare al bancomat della mia banca, preparo mentalmente il tragitto per non arrivare troppo presto alla fermata del pullman e scazzarmi di prima mattina. Arrivo quindi al bancomat, e fa già caldo di prima mattina e mi sto innervosendo. Il bancomat è fuori servizio. Ovvio; come ho fatto a non arrivarci? Era palese che sarebbe stato fuori servizio. Corro all’altro bancomat, prelevo, corro in tabaccheria e prendo non uno, ma due pacchetti, così, tanto per rassicurarmi di essere a posto un paio di giorni. Le sigarette sono aumentate. Sconsolata corricchio alla fermata del pullman e arrivo in ufficio. Pausa pranzo da sola. Salta la corrente. Perché nel negozio di fianco, per pulire i vetri fuori, han fatto che attaccarsi alle nostre prese, facendo saltare tutto. L’assenza del ventilatore mi spiazza, non ricordo più dov’è il contatore. Panico. Il telefono non funziona (strano, avendo Telecom; misteri della telefonia). Nemmeno il mio cellulare, funziona. Ricordo dov’è il contatore (non prima che saltino i gruppi di continuità e tutti i server, ovviamente). Scendo la pericolosa e più che impolverata scala a chiocciola, raggiungo le segrete dell’ufficio, trovo il nostro contatore (l’unico, tra tutti i contatori nuovi, che credo risalga agli anni 20), rischio tifo e colera nel tentativo di azionarlo, toccandone l’immonda levetta. Torno alla mia scrivania. Mi siedo. Caldo.