La mia propaganda a favore del sì del referendum con chi di solito non è avvezzo a votare (me per prima) funziona, ho già convinto masse e masse di persone (2 … ma solo perchè ci metto tanto, spiego tutto per bene ;)). Ormai potrei scrivere un libricino di casi in cui qualunque essere umano direbbe «sì, è vero, in quel caso lì non si può vietare/obbligare».

A parte questo, serata strana.
Da mia cugina, poi dai miei. Abbiamo parlato di mia madre, io e mia cugina. Dice che per la prima volta, al telefono, mi madre si è aperta, ha pianto, ha perfino detto la parola fatidica che mai, mai, aveva detto prima.
Eppure non è difficile «quando ho saputo che era down». Facile scriverla, tanto quanto dirla.
E onestamente credo che 24 anni per riuscire a superare una cosa del genere, che percarità, è uno shock, ma sono anche 24 anni, siano troppi.
E intanto in 22 anni l’ha trasmesso a me questo mutismo riguardo tutta la faccenda.
Troppe volte penso al futuro, casa famiglia lavoro figli, e poi cancello tutto con una spazzolata e penso che avrò cose di cui preoccuparmi, di nuovo, quando i miei saranno troppo vecchi. E non manca così tanto. 67 e 57 anni sono tanti. Troppe volte ci penso e non ne parlo mai con nessuno. Nemmeno con le persone con cui condivido tutto. Anche perchè parlarne serve a poco, le risposte sono sempre quelle «ma dai, ne fai una tragedia» «non serve a niente preoccuparsi adesso» «ci sono gli assistenti sociali». Ma gli assistenti sociali non esistono in realtà, sono un invenzione per i libri di fiabe, e io non saprei che fare se mi trovassi nella situazione di dover mantenere un’altra persona che non è autosufficiente e che tra l’altro, grazie mamma cara, mi odia. La palsmabilità delle persone down è uno dei più grandi problemi, e quando si finisce in mano a chi non ha scrupoli a usarlo a mo’ di arma per andar contro qualcuno (me nella fattispecie) il risultato che si ottiene è un adepto alla grande setta "mamma buona e figlia ingenua" contro "angy cattiva e papà cattivo". Due squadre insomma. E mia cugina dice che si può sempre cambiare, sempre capire che si ha sbagliato tutto. Che dovrei vedere la *presunta* cucina che *forse* mi regaleranno come una dimostrazione d’affetto, eppure io vedo solo un grosso camion che esce dalla sua coscienza e scarica via (nel forno della mia nuova cucina, oltretutto) tutte le pietre che c’erano dentro da anni. Sarà anche una visione dovuta all’odio, ma non posso farci niente. Nemmeno fosse la più compatibile delle persone proverei un minimo di compassione per lei, dopo tutto. E poi a cena dai miei si parla delle donne che subiscono violenza in casa, e che mia madre non le capisce, sono deboli e via dicendo. Spiegare che non è così ovviamente è inutile, ma sentir dire «la violenza non può mai essere vista come una cosa giusta» da lei, mi fa solo venire voglia di vomitare. Un conto è cambiare, ricordandosi come si era, un conto è far finta che i 19 anni che ho passato con loro siano stati un mio sogno, mia immaginazione.

E in ogni caso a me sembra di remare in un mare con la corrente avversa. Cerco di liberarmi dalle preoccupazioni, dai problemi, dagli imprevisti, eppure so che sono lì dietro l’angolo che mi aspettano. E’ demoralizzante, è triste, rende apatici.
Mi rende infinitamente triste.
E il non sapere cosa fare, con chi parlare di queste cose, il non saperne proprio parlare, se non scrivendo due righe qua per un non so quale momento di estremo coraggio sapendo che domani già me ne pentirò, mi fa solo venire voglia di piangere.