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Fa caldo. Ho vestito e pensieri appiccicati addosso e dalla finestra entrano urla e risate dei ragazzini nella piazzetta qua vicino. Tornare in montagna dopo tanto tempo, dopo il fallito tentativo dello scorso anno finito dopo un paio d’ore con una corsa in ospedale, entrare nella mia baita dove ci sono per terra ancora i piatti sporchi di almeno 5 anni fa, sentirlo dire che avrebbe voluto starci più tempo, dormire sul prato mentre comincia a piovere, camminare a piedi nudi sulle pietre, ascoltare il torrente che scorre, porta con sè talmente tanta serenità che non c’è spazio per i più che sacrosanti brutti pensieri su tutto ciò che quell’ammasso di pietre ordinate davvero rappresenta, su tutto quello che c’è stato e non c’è stato, lì, su tutto quello che vorrei ci fosse nella mia vita e non ci sarà. Il sole che scompare e appare continuamente dietro alle nuvole troppo veloci lava via tutto quanto, milioni di stelle che brillano in mezzo ai lampi schiariscono tutte le ombre.
Troverò qualche migliaio di euro per farmela intestare, un giorno. E qualche altro migliaio per rifare il soffitto, per buttare via tutto tranne il profilo delle montagne della valle inciso nel legno su cui ho passato le dita centinaia di volte. Impareremo quali alberi tagliare, io gli insegnerò come si accende una stufa e come si spacca un ceppo, probabilmente tirandomi l’accetta sulla gamba come tutte le volte, faremo l’amore nei prati, cercheremo funghi che poi regaleremo a chi passa per la strada. Conosceremo le persone delle baite accanto, inviteremo i vicini a pranzo, farò ancora i croissant al mattino per tutti. Staremo chiusi dentro quando piove, guardando fuori e chiedendoci dopo quanti giorni smetterà.
Oppure continueremo a pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, le spese condominiali, senza mai trovare quei soldi che servono, e un giorno scoprirò che uno o l’altro dei miei l’avrà venduta per ricavarci poco e niente, oppure un giorno andrò su e non troverò altro se non un cumulo di pietre crollate.