Quando certi post nascosti sono talmente vecchi da non aver più motivo d’essere nascosti, e sono abbastanza belli da voler tenermeli in un posto dove poterli rileggere. Anche se, o sopratuttto perché, le persone a cui si riferivano sono andate, le situazioni sono cambiate, e niente è più com’era allora.

Non parto per l’emisfero opposto della terra, insomma, vado a stare a ottanta chilometri da dov’ero prima. Niente di trascendentale. Però per me è un cambiamento importante: una strada che ho cercato di evitare per cinque anni, nonostante ciclicamente mi ritrovassi al solito punto di svolta netta; era ora, non potevo più ignorare il fatto che pareva proprio fosse d’obbligo, andarmene da questa città; a malincuore, dopotutto, perché io la adoro, con le sue montagne, i suoi paesaggi e gli odori familiari per le strade. E’ un cambiamento importante e al momento ne ho davvero bisogno: il mio scatolone di fantasmi è diventato enorme, io voglio solo lasciarmelo alle spalle, laciarlo qui e chiudere la porta. Definitivamente. Senza nemmeno uno spiraglio.

Per questo spero di non rimettere piede da queste parti per tanto, tanto tempo. Il tempo di risanare tutte le ferite che non vogliono saperne di chiudersi, il tempo di dimenticare tutte le persone che cercano di uscire da quello scatolone, e sarà un tempo davvero lungo, conoscendomi e vedendo i progressi fin’ora.
In questa minuscola città lascio pezzi di me sparsi qua e là: uno ce l’hai lì tu. Son talmente tanti anni, che è lì, che ho perso perfino il conto. Ma che importa, quanto tempo è? E’ superfluo, dirtelo; lo so bene, lo sai bene, si sa. E non è per dirti cose che sai già, che esiste, questo pezzo di carta. E’ per svuotarmi le tasche, per andar via con un peso in meno. Per consegnarti tutto e lasciarlo a te che ne farai sicuramente l’uso migliore, accantonandolo, chiudendolo in un armadio o buttandolo via: perché io non riesco a farlo, da sola.
Quindi passo in consegna tutto, tutte le sensazioni, tutti i sentimenti, ché io voglio scordare. Dalla più ovvia attrazione fisica, alla perenne realistica e opprimente sensazione di essere di troppo, inopportuna, invadente, inadatta, all’essere tutto meno che me stessa, con te nei paraggi. Mai, nemmeno una volta, e questa è forse la cosa di cui mi dispiace di più. La sensazione di pace, a guardare le tue mani. La tua voce. L’idea che prima o poi, con pazienza, magari anche solo una piccola parte di quello che desideravo sarebbe potuta accadere e magari mi sarei accontentata e ne sarei forse stata felice. Passo in consegna anche i ricordi dei comportamenti non capiti, di quelli capiti fin troppo bene, di quelli forse fraintesi. Tutti i ricordi che associo a parole come tranquillità, serenità, felicità causati direttamente o indirettamente dalla tua presenza. I ricordi dei gesti stupidi, di tutti i riavvolgimenti che avrei voluto fare, di tutti i se e di tutti i ma che mi sono chiesta per così tanto tempo.
Ecco, alla fine, principalmente, lascio qui, su questo foglio, i se, i ma, i perché? e i chissà. E’ tempo di chiudere certe porte. Voglio partire più leggera.