C’è stato un tempo in cui tutto era facile. Aprivo una pagina della smemo, incollavo una foto, disegnavo un nome, sospiravo sotto un salice, prendevo il sole sulla ghiaia davanti casa. Ci sono stati giorni in cui potevo alzarmi, infilarmi le calze, le scarpe e andare a camminare, sola, in montagna; guardare il sole tra le foglie, chiudere gli occhi e non sentire niente se non acqua che scorre e in lontananza l’odore di neve, di timo, di animali selvatici. Potevo sedermi in mezzo agli aghi di pino, in un silenzio drammatico, e fingere di scrivere poesie sull’amore e sul dolore senza conoscere nulla. Osservare in silenzio il silenzio di uno spazio più vasto di quanto potrebbe mai essere una cosa creata da un essere umano. Sentirmi parte di un disegno.
Adesso da questa bellissima prigione dorata che è la mia vita guardo gli alberi dei vicini e sento il cuore che si spezza, sotto il peso di troppa città, di troppo lavoro, di troppa fatica, di troppo dolore, di troppo disincanto, di troppa frustrazione, di troppa felicità e di troppo poco apprezzamento, sotto il peso di ogni singolo minuto trascorso da quando tutto era facile e poi è improvvisamente diventato difficile. L’attimo di silenzio viene spezzato da una macchina qualsiasi che passa, va, e nemmeno si rende conto di essere passata con le ruote nella crepa di un anima e di aver squarciato i punti che ogni giorno, ogni mattino, faticosamente tento di rifare da capo per cucire gli strappi. Le mie montagne non ci sono più, loro non sono più loro e io non sono più io. Le persone sono morte, alcune se ne sono andate, l’erba è cresciuta incolta, i tetti si sono sfondati, le pietre si sono spostate, tutto è marcito sotto il peso del tempo che non guarda in faccia a nessuno, e io cerco ogni giorno un nuovo materiale per tenere insieme tutti i pezzi e ogni notte mi accorgo di non averlo trovato.