Sfrutterò l’ennesima serata a lavoro, durante il viaggio con i mezzi che dopo le 6 diventa eterno, per mettere nero su bianco questo cumulo di pensieri. O almeno grigio su bianco, considerando tutto ciò che non ammetto nemmeno a me stessa.

Per rendermi chiaro com’è che nemmeno 10 giorni fa mi sono ritrovata a piangere nell’ascensore di un ospedale.

Sono cresciuta con il mito di mio padre, come tutte le bambine. Vuoi perché mia madre certo non poteva rappresentare alcun modello, vuoi perché tra i parenti era solo facile trovare figure femminili molto forti. Per me lui era un uomo che sapeva tutto, che faceva tantissime cose e aveva fatto tantissime cose. Io sono cresciuta con questa fame di conoscenza solo per spirito di emulazione. Lui m’ha spiegato perché il cielo era azzurro, come funziona una fustellatrice, quali piatti ordinare al cinese, tutto.
Poi con gli anni, come per tutti, è arrivato il momento in cui ci si trova nel fulgore degli anni, dell’intelletto, della vita, e tuo padre è più vecchio e te ne accorgi pian piano, e pian piano ridimensioni il mito a persona normale e non più a semidio.
Poi, nel mio caso, gli anni passano e sei costretto a scoprire tutto il resto. A scoprirne l’egoismo, a scoprire che non aveva sempre ragione ma semplicemente non sapeva riconoscersi in torto mai, a scoprire che l’affetto che un padre ha per i figli, nel mio caso, manca. A scoprire che è un alcolizzato, lo è sempre stato, e che ora è all’ultimo stadio di cirrosi epatica. E allora lo vedi sul lettino dell’ospedale, a malapena in grado di parlare, che cammina a fatica, e ti rendi conto su quale esempio hai basato la tua intera esistenza.