Si dice contare le pecore.
E lui le contava, ogni notte. Che altro doveva fare? Dopo cena, finito di sciacquare il piatto e il bicchiere e messo via il pane, si sedeva al vecchio scrittoio e leggeva qualche riga di quel vecchio libro che le aveva regalato lei, guerra e pace, di tolessetoi. Qualche volta leggeva l’intera pagina, così, ad alta voce; gli piaceva ascoltare le parole che formava, molte delle quali erano soltanto bei suoni senza alcun significato.
Quando gli sembrava che la stanchezza fosse al limite, e che il sonno sarebbe sopraggiunto in un secondo sorprendedolo lì, sulla sedia di legno, spegneva la lampada e si sdraiava. E il sonno strisciava via, prima piano, poi sempre più veloce, finché non rimaneva che lui, disteso, qualche grillo fuori e tutti i suoi pensieri nella testa. Non che fossero tanti, o complessi, o vari, però restavano maleducatamente, rozzamente ancorati ai suoi occhi aperti senza sentir ragione.
Allora quando il ginocchio non gli faceva troppo male prendeva la coperta e si spostava nella veranda sul retro, davanti al recinto delle pecore, e contava.
Certe notti erano talmente buie che solo per distinguere una pecora da un sasso doveva stare immobile per minuti che sembravano ore. Certe sere la luna le faceva risplendere talmente tanto da sembrare angeli con ali di lana. Certe sere, il vento contava con lui, ululava un numero per ogni manto bianco che riusciva a scorgere.
E, finalmente, dormiva.