Il primo settembre 2006 scrivevo un addio mai detto.
Tra un paio di mesi, sarà tempo di un nuovo addio. Purtroppo, leggendo quello di allora, so che varrà meno della metà. All’epoca lasciavo un posto che era quasi una famiglia; ora, lascio un posto che si può considerare solamente come la causa principale dei miei mal di testa. Lascio i colleghi, certo, ma solo alcuni, e sono sempre meno; e probabilmente io mi affeziono ancora meno alle persone, in questi ultimi anni. Sono preoccupata, ovviamente, e non c’è minuto in cui non pensi che probabilmente ho sbagliato. Sono così brava a dare consigli agli altri in queste situazioni, ma quando è il mio turno improvvisamente dimentico tutto; e allora iniziano i vari “non mi ambienterò mai”, “dovrò imparare nomi nuovi”, “non sarò capace di fare quello che devo fare”. Sembrano banalità, ma andrebbe tutto visto dal mio punto di vista, quello di una persona malata, per quanto riguarda questa sfera della vita (volevo scrivere da molto qualcosa, su questa malattia, ma non l’ho mai fatto).
Però a parte i colleghi lascio un ambiente mortificante, capace di annullare qualunque personalità, qualunque fantasia, creatività, passione una persona possa mettere in un qualsiasi progetto. E io senza passione, davvero, non riesco a lavorare. Divento nevrotica, insoddisfatta, stressata e non sopporto più nulla. Dal collega che si crede Dio e fa una cazzata dietro l’altra, al solito idiota che sono quattro anni che non fa che dire cazzate che io, persone ignoranti così, non ne ho mai conosciute (e mai ignorante è calzato più a pennello, come aggettivo). Sono stanca della mancanza di professionalità generale, dei pettegolezzi continui, di avere nello stesso ufficio persone di cui non so il nome, il ruolo, niente – tanto per far capire come va la comunicazione qua dentro. E sono stanca che il mio lavoro, quel poco che riesco a fare che vada oltre lo scrivere codice come un qualunque stupido automa, oltre a non essere apprezzato venga svilito, violentato, dall’uso improprio e indecente che ne fa gente che dovrebbe tornare a vendere vestiti ai mercatini.
Sarà che sono ancora giovane, sarà che ho tutta la vita davanti per diventare una persona amareggiata, ma a me di arrendermi adesso non sembra proprio il tempo giusto. Posso fare di più, posso sicuramente lavorare meglio, e voglio farlo. Non mi interessa dove, o con che stipendio, sinceramente. Voglio poter essere orgogliosa di quello che faccio.
del futuro
dell’essere pazzi
E’ fine mese di un mese che dire stressante è dire niente. Le spese sono state più che sotto controllo, grazie al nuovo foglio di lavoro compilato puntualmente ogni settimana da brava paranoica.
E sono avanzati dei soldi.
E io sono stressata, stanca, nervosa e triste.
E ho una carta di credito ricaricabile.
E conosco un sacco di siti di shopping online.
Io mi vergogno anche solo a pensare quanto ho speso e l’inutilità delle cose che ho comprato: metterò mai una jumpsuit con tutti i colori dell’arcobaleno? no, la risposta è no.
Però in effetti sto meglio.
del non scrivere e del non pensare
Dovrei scrivere qualcosa. Potrei anche elencare qualche aneddoto divertente (ma che divertirebbe probabilmente solo donne fashion victim quel tanto che basta) sul matrimonio di questo sabato. Potrei raccontare di come si è svolta la cena con relativo discorso della casa con i miei. Ma sto pensando ad altro, a molto altro, ed è meglio non scriva niente, che smetta di pensarci e che non dica niente. E’ meglio che faccia e pensi ad altro, perché sono troppo stanca per affrontare questi pensieri ora, per evitare che si infiltrino dappertutto. L’hanno già fatto a sufficienza. Passerò questo mese e mezzo a pensare alle vacanze estive, che farò dove ho deciso io, per il tempo che mi va, senza adattarmi a nessuno, senza farmi venire il sangue amaro per organizzare vacanze dove vuole qualcun altro. Perché almeno per questo 3% dell’anno ho tutto il diritto di farlo.
E questo è un buon indicatore del genere di pensieri che sto tenendo alla larga.
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