Questa mattina sono partita da Biella. Ho preso il treno prima, nonostante la carenza di ore di sonno causa sci e altre menate, per arrivare puntuale anche nel caso di ritardo di mezz’ora del treno; arrivo in ufficio per scoprire che il 50% dei suoi componenti erano a casa, chi in malattia, chi ancora non si capisce, chi in ferie, e quindi nessuno avrebbe mai avuto da ridire su eventuali dieci minuti di troppo. Vabeh. Almeno uscirò prima stasera, penso. Al corso d’inglese dell’ufficio, prima lezione, scopro che mi han messa con gente che non sa dire la propria età, né sa le forme del verbo essere. Spiego alla teacher di avere sì, carenze nella pronuncia per mancata applicazione, ma che dopo cinque anni di inglese a scuola e il lavoro che faccio, forse non è proprio il livello adatto a me. Nemmeno si sa se riusciranno a cambiarmi di livello, ed ecco a voi come buttar via 20 ore di vita. In palestra faccio tutti gli esercizi di gag a metà perché mi sento più di là che di qua, in ufficio oggi pomeriggio tra afa, noia, solite stronzate al telefono, colleghi che non sanno sollevare i piedi e continuano a far fischiare le scarpe, colleghi che non contenti si mettono a fischiettare. Mezz’ora oltre la mia ora di uscita lascio perdere tutto e me ne vado, perdo il primo treno per fare l’abbonamento in biglietteria causa guasto contemporaneo di tutte le macchinette, scendo sui binari e mi passa davanti il treno di 50 minuti prima che nemmeno riesce a ripartire a causa della gente che non riesce a salire. Dopo mezz’ora d’attesa finalmente arriva un treno a caso, ormai non si sa più nemmeno qual’era il suo vero orario, ci mette quaranti minuti per percorrere i soliti venti, arrivo in stazione e da lì a piedi a casa sotto la pioggia che la macchina era in garage. Finalmente a casa, i gatti che miagolano affamati, quella stupida vaschetta che continua a gocciolare ormai da 10 giorni e mi manda ai matti, una pila di piatti inferocita che mi guarda e cammina in modo sinistro da una parte all’altra della cucina, i bambini del piano di sotto che gridano e battono probabilmente dei maceti contro le pareti e i genitori che dio solo sa perché, forse per calmarli, fanno versi idioti in continuazione. E’ lunedì, è lunedì, è lunedì.