Si dice che il peggior giudice delle proprie azioni siamo noi stessi. Si dice che non dovrebbe essere così. Lo dicono i film, i libri, la coscienza collettiva insomma, no? Che si dovrebbe essere più indulgenti con se stessi. Poi però ti ritrovi lì con la frusta in mano e la schiena sgocciolante di sangue e ti chiedi: è questo il momento per essere più comprensiva verso di me? No, certo che no. Ovviamente il momento giusto è sempre quello in cui non ce n’è affatto bisogno e quindi mai. Vivo senza perdonare mai, vivo con questi piccoli cubi neri di rancore e future vendette che comprendono anche solo l’osservazione indifferente della inevitabile fine, tutti etichettati e impilati e non posso proprio non averne uno per me stessa, sarebbe ipocrita. La soluzione sarebbe perdonare gli altri per poter perdonare anche me stessa. Ma non posso farlo, non so come si perdona, non è una cosa che si impara o ci si impone. Ci ho provato, tante volte, molte in cui l’unica cosa che volevo era perdonare e dimenticare e non ho ottenuto niente; ho ottenuto di non vendicarmi, ma non ho mai perdonato, nè dimenticato, e ora che tutto è così dannatamente passato e lontano ho ancora comunque la scatolina nera lì, che ticchetta, pronta ad aprirsi in ogni momento, giusto un attimo di esplosione di rancore, rabbia, tristezza, per poi richiudersi e tic, tac, ancora. E le mie hanno il loro posto riservato. E anche se lo so che la natura umana è così, che tutti fanno così, che metà delle cose di questo mondo si basano proprio su tutto questo – a che servirebbero se no i cd di musica triste, oil gelato al cioccolato – io non riesco a perdonarmelo; perché se si può essere migliori in tante cose allora si può essere migliori anche in questo eppure, eppure io non ci riesco. Ci provo e riprovo e fallisco a ogni tentativo. Faccio un timido passo calcolato per evitare tutto quello che non voglio fare agli altri e come conseguenza invece di far crollare un mattoncino faccio crollare un muro intero.