La scorsa settimana sono arrivata, la sera, da lavoro, come sempre. Ho camminato dalla stazione al parcheggio, facendo il solito sottopassaggio ed evitando i soliti rami puntaocchi e scalciando le solite foglie per terra. Ho cercato la macchina nel punto in cui la parcheggio ogni giorno, c’era ancora, come sempre, ci sono salita. Anche la ragazza che aveva fatto lo stesso percorso è salita in macchina, quella accanto alla mia. Io non avevo fretta e cedo sempre il passo, quando posso farlo, così ho aspettato di vederla uscire in retro mentre accendevo la radio e spannavo i vetri. Ma lei mica partiva; allora ho sbirciato – proprio perché sono poco curiosa – e ho visto che scriveva su un foglio. Scriveva e scriveva e scriveva e sentivo già bruciare la curiosità morbosa di cui sono tristemente affetta. Poi sono partita e lei è scesa dalla macchina. Ho fatto finta di non saper ingranare la seconda e ho aspettato di vedere che faceva. Ha fatto una corsetta, di quelle brevi ma concitate, fino a un’altra macchina parcheggiata una ventina di posti più in là – tanto per chiarire che non è che le aveva preso dentro la portiera, per dire – e ha lasciato il foglio sotto il tergicristallo. Ho finto di non saper trovare l’uscita del parcheggio e ho fatto un lungo giro intorno sperando di vederla ripartire com’era arrivata per poter scendere e leggere quel foglio. Non è ripartita e io cominciavo a sembrare una pazza, e allora me ne sono andata. Magari su quel foglio aveva scritto cose banali, oppure cose orribili, magari dopo una separazione difficile. Quindi meglio così. Me ne sono andata immaginando la scena più romantica di un film romantico, e le parole più carine che si possano scrivere ad uno sconosciuto che si vede da anni prendere lo stesso treno.