In questi sette giorni, sette esatti, sono stata contattata in diversi modi. Via messaggi, via mail. Tutte cose che andavano a rubare tempo a quella clessidra di diecimila minuti che lasciava inesorabilmente passare molta più sabbiolina di quanto doveva. E’ il solito intuito maschile per queste cose, i guess. IlCespuglio, prima del mio trasferimento, l’ha fatto per anni: trovavo qualcuno, e lui mi chiamava, dopo mesi, se non anni, di silenzio assoluto. E così il primo è stato l’ex, l’ultimo, intendo. Un’email in cui diceva qualcosa tipo « mi rendo conto di non essermi comportato molto bene » smascherata platealmente in una frazione di secondo per quel che era, cioè un poco nascosto tentativo di riavvicinamento. Che dopotutto, è durata pur sei mesi, circa, e io imparo a conoscerle le persone in un tempo del genere. Poi c’è stato Brian, ancora. Sì, davvero, ancora. Dopo un anno. Dopo innumerevoli riavvicinamenti da una parte e dall’altra, mai andati a buon fine, e dopo l’ultima clamorosa volta in cui gli ho detto « dài, va bene, vediamoci » ma lì, ah!, non andava più bene, e allora ho preso la pietra con su scritto « belle le cose, ma solo quando non le puoi avere » e ce l’ho messa sapientemente sopra. E sono tre mesi che metto pietre sopra analizzando tutto quello che è successo tra noi e per cui non dovrei mai, mai più pensare cose sbagliate come « stavamo bene insieme ». Io stavo male, punto. Con lui, con l’ex, con tutti. Sono uscita rovinata da tutte queste cose e i tempi del masochismo fine a se stesso sono finiti.