Sul tragitto per il supermercato mi cade l’occhio sull’ora. Le 9. Alla prima rotonda faccio inversione e torno mesta a casa; questo significa niente spesa questa sera, che significa niente pilates domani. Sospiro. Arrivo a casa, mi tolgo le scarpe, saluto i gatti, appoggio la borsa, accendo lo schermo, suona il telefono, mi precipito a rispondere sperando sia il numero privato che in questi giorni mi chiama e cui non sono ancora riuscita a prendere una chiamata. E’ mio padre che con aria truce mi dice « sono in crisi ». Un quarto d’ora dopo sono ancora al telefono mentre metto su il riso, metto a bollire il brodo, scongelo i gamberetti, stendo, passo l’aspirabriciole per i croccantini dei gatti, gli do la loro carne, sistemo il tavolo, sistemo i piatti lavati, metto su una lavatrice. Sono ancora al telefono mezz’ora dopo, mentre faccio tutto questo e dico « il sinistro, il sinistro, il sinistro » in un crescendo di ira furente. E nel frattempo rassegnata dico, non ad alta voce, a una qualsiasi divinità « perché, perché, perché ». Tre quarti d’ora dal mio arrivo a casa e posto mentre aspetto si raffreddi il riso e per stasera, io ho dato tutto quel che dovevo e anche quel tanto in più che basta a farmi sentire stremata.

Un’ora e una puntata di Heores dopo.
E invece c’è ancora. Da stendere, lavare i piatti, accendere il riscaldamento, fare la pulizia del viso, lavare i capelli, preparare il borsone per la palestra, iniziare a fare la valigia per sabato.