Mi lavo, mi vesto d’autunno, cambio profumo, butto una sciarpa e una maglia nella borsa, prendo la macchina fotografica e parto per biella. Che assomiglia sempre di più al rifugio dove torno quando tutto il resto va a puttane, e non mi piace.
del non sapere qual’è il limite da non superare
E dopo gli urli circa fottuti punti interrogativi in Cadorna, presumibilmente con intorno svariati colleghi di svariati livelli, dopo il ritorno a casa macinando con i denti fin quando non fanno tutti male, dopo la rassegnazione al venerdì sera latte, biscotti e tv, io continuo a ripeterlo. Vaffanculo. Ma mica a lui, ché a lui quello che dovevo dire l’ho detto, quello che dovevo e anche quello che non era necessario e perfino quello che non volevo. No, è un vaffanculo a me, ripetuto, ripetuto alla nausea. A me che mi aspettavo cambiamenti. A me che quando, dopo aver detto che io avevo commesso degli sbagli e volevo rimediare, ho fatto finta in modo eclatante con me stessa di non notare che lui in tutta risposta diceva che c’erano stati sbagli di coppia, a me che ho fatto finta di non sapere a cosa si riferisse. A me che mi ritrovo sempre e comunque con qualcuno che mi dice che il mio (mio, cristo!) problema è che mi fido troppo degli altri, che mi aspetto troppo dargli altri, e io rispondo anche, cretina che non sono altro, lo so. E lo so. Ed è una lezione che non imparerò mai, perché ad imparare una lezione del genere io mi sveglierei domani e mi chiederei: e adesso? Adesso, a cosa cazzo serve svegliarsi la mattina, adesso che sono scesa a quest’ultimo patto del non aspettarmi niente da nessuno? Se non servono loro, gli altri, e certo nemmeno io, che senso ha tutto questo? E allora, a quel punto, questa inutile strada perde tutti i suoi bivi di colpo (…).
delle cose a cui mi sono stufata di dare un titolo
E’ di uno scazzato che fa spavento. E non è solo il momento critico sul lavoro, non è solo il ritardo di un’ora e mezza dei treni stasera né lo sciopero di domani, non è solo quel pessimo gatto che da quando entro non fa che miagolare, non è solo la casa in disordine, non è solo continuare a leggere ciò che non dovrei, non è solo supporre cose e non avere indietro le contestazioni che si vorrebbero, non è solo l’aver discusso malevolmente di certe cose con qualcuno, non è solo il tenersi dentro troppe cose, non è solo fare sempre i soliti discorsi che girano intorno, non è fare un monologo al telefono e dire vabeh ciao e mettere giù perché l’altro non sapeva cosa dire in una telefonata del buongiorno. E’ tutto questo ed è anche l’autunno che non arriva, il freddo che non è abbastanza, le sciarpe ancora chiuse nel cassetto, novembre però che si avvicna troppo in fretta, il sentirmi dell’utilità di un cuscino quadrato d’arredamento: sono stanca. Come sempre, questa stanchezza che non è fisica e non è mentale, tutto regisce bene, solo che sono stanca, stanca. Che vorrei stare sdraiata a fissare il soffitto per più o meno la durata di un sempre.
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