E dopo gli urli circa fottuti punti interrogativi in Cadorna, presumibilmente con intorno svariati colleghi di svariati livelli, dopo il ritorno a casa macinando con i denti fin quando non fanno tutti male, dopo la rassegnazione al venerdì sera latte, biscotti e tv, io continuo a ripeterlo. Vaffanculo. Ma mica a lui, ché a lui quello che dovevo dire l’ho detto, quello che dovevo e anche quello che non era necessario e perfino quello che non volevo. No, è un vaffanculo a me, ripetuto, ripetuto alla nausea. A me che mi aspettavo cambiamenti. A me che quando, dopo aver detto che io avevo commesso degli sbagli e volevo rimediare, ho fatto finta in modo eclatante con me stessa di non notare che lui in tutta risposta diceva che c’erano stati sbagli di coppia, a me che ho fatto finta di non sapere a cosa si riferisse. A me che mi ritrovo sempre e comunque con qualcuno che mi dice che il mio (mio, cristo!) problema è che mi fido troppo degli altri, che mi aspetto troppo dargli altri, e io rispondo anche, cretina che non sono altro, lo so. E lo so. Ed è una lezione che non imparerò mai, perché ad imparare una lezione del genere io mi sveglierei domani e mi chiederei: e adesso? Adesso, a cosa cazzo serve svegliarsi la mattina, adesso che sono scesa a quest’ultimo patto del non aspettarmi niente da nessuno? Se non servono loro, gli altri, e certo nemmeno io, che senso ha tutto questo? E allora, a quel punto, questa inutile strada perde tutti i suoi bivi di colpo (…).