Arrivo a casa ora, stanca e accaldata e sconsolata per il concerto di Piero Pelù rimandato a data da destinarsi. Tantopiù che l’essermi fermata per questo concerto ha anche fatto in modo che andassi nel locale dov’era anche lui, ahah. Questo significa averlo visto dopo oggi pomeriggio e dopo la serie di messaggi. Dei quali l’ultimo era « non me la sento di dirti riproviamoci. non voglio dirti che non mi manchi se non è proprio così ma neanche il contrario arrivato a questo punto »; lo scrivo qui, tanto per rileggerlo ogni volta che vedrò il suo contatto online e sarò tentata di mandargli un messaggio, o per leggerlo ogni volta che vorrò chiamarlo, o ogni volta che mi mancherà, o ogni volta che vorrò fermarmi un attimo a riflettere su tutta questa cosa, ogni volta che avrò le lacrime agli occhi. Il mio orgoglio prende il sopravvento, finalmente, com’è giusto che sia. Perché ovviamente il messaggio prima, da parte mia, era quanto di più umiliante ci possa essere, considerata la risposta. Io la smetto qui, di rincorrere; l’ho fatto già quando abbiamo iniziato a uscire e non è il mio stile, no. L’ho fatto tutte le altre volte, e anche adesso, fino a oggi. Ora basta; mi sono effettivamente rotta il cazzo del non saper rispondere sì o no, del non saper prendere una posizione, del non essere in grado nemmeno di dire se gli manco o no. Se davvero « tra una settimana si pentirà » di aver detto questa cosa, come pronostica nel messaggio dopo, che alzi il culo lui; non può fare che bene, a lui e a me, un po’ di sbattimento a lui, un po’ di autostima a me, un po’ di equilibrio nell’universo. Io, da stasera, me ne lavo le mani e chiudo i pensieri e lo ringrazio per avermi facilitato di molto il compito.