(o del buongiorno, son punti di vista)
Long story short. Inizia con una persona che stravede per me, per quelle belle qualità che mi si appiccicano all’inizio di una storia. Bella, intelligente, non come le altre, il sesso poi non parliamone. La fine dei c’era una volta, insomma. La storia prosegue con me, in pressoché ogni luogo, intenta a piangere, più o meno spesso, e con me che mi divoro da dubbi di ogni genere, dal non merito di meglio? al sto sbagliando tutto? al che male c’è se ci proviamo ancora una volta? al è stata tutta colpa mia?. Nel frattempo c’è un lui che ci pensa su parecchio per trovare i modi migliori per ferirmi. Oh, beh, in mezzo ci sono anche i momenti felici. Quelli, no, non si scordano mai, soprattutto quando, come alla fine di ogni triste storia, vengono presi e messi da parte nel pronunciare quelle parole, quei sempre, quei sempre messi in mezzo alle frasi tipo con te è sempre così, fai sempre così, hai sempre fatto così, mi sono sempre sentito così. Questi di solito sono infilati in mezzo alle telefonate conclusive©, quelle in cui io sto zitta e l’altra persona finalmente si sfoga. E ad ogni sempre è un ricordo che si frantuma, è un bel momento che scivola via dalla cornice per lasciare il posto allo sfondo nero.
Ed alla fine fuori c’è sempre un temporale, dentro c’è sempre una puntata di desperate housewives che non fa piangere abbastanza, è sempre un’ora imprecisata del mattino, e ci sono sempre io che cerco, senza speranza, i miei pezzi smarriti qua e là.
A che età si impara a chiudere, prima di leggere la prefazione, il libro già letto e già trovato – beh, noioso no, ma – dal finale un po’ troppo… amaro?