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della domenica mattina

Dopo la non giornata di ieri – sì, ho dormito tutto il giorno – oggi sveglia presto che devo lavare qualcosa come tremila piatti, andare a comprare un portino per gatti per poterli prendere tutti e due evitando che uno s’infili sotto il pedale del freno come l’altra volta, preparare la valigia e poi partire per casa. In realtà vorrei tornarmene a dormire subito: ecco la depressione natalizia che arriva tutta in un botto. Mi porto dietro il pc, ma conoscendo la stupida situazione telefonica dei miei avrò decisamente scarse possibilità di usare internet; quindi non si sa mai, gli auguri li faccio in questo post. Auguri di Buon Natale ai fedeli lettori – a quelli nuovi di quest’anno e a quelli che sono qui da una vita; auguri anche a chi passa di qui per caso e non passerà più – tanto non costano niente, è inutile essere parsimoniosi. Vorrei aggiungere altre parole, come tutti i Natali, o mandare qualche mp ad alcune persone; ma quest’anno sembra più difficile delle altre volte, perché sono più cinica e più amareggiata nei confronti del genere umano e le cose da dire non riesco a non tenerle per me mordendomi la lingua. Quindi, auguri e basta. E ci rivediamo il 27.

degli-anni-migliori-di-quelli-prima

degli anni migliori di quelli prima

Definire la giornata di oggi stressante, sarebbe un eufemismo. In qualche modo mi sono svegliata presto abbastanza, dopo 5 ore di sonno, per pettinarmi e stirare i vestiti e andare in ufficio in orario. Quindici minuti di ritardo del treno hanno già cominciato ad agitarmi. Certe letture mi hanno lasciato addosso un non so che. E poi l’ufficio, l’ufficio. Le mezze parole, le interpretazioni, sms con un collega mentre eravamo seduti a 2 metri di distanza, i bicchieri di vino, il regalo del capo, la busta paga, le mille cose da fare, la scoperta di aver sbagliato a contare e mancano non cinque, ma quattro giorni lavorativi alla consegna, l’agitazione, le vendite promozionali – altri trucchi e creme a casa mia che non so più dove metterli -, e le frasi che mi fanno attorcigliare lo stomaco e pensare a quello che avevo accantonato per tutta la giornata, gli auguri con i bacini sulle guance, chi non ascolta cosa dovrebbe e sai che dovrai rispiegarglielo, i favori da chiedere a chi ha già altre cose da fare, i commenti strani che pagheresti per sapere di chi sono, la preoccupazione che forse la scorsa settimana ho sbagliato nel fare una cosa e forse sarà inevitabile pagarne conseguenze – non sono una che impara dai propri errori. Sono arrivata alla macchina in piena crisi di panico, ho chiamato chiedendo di andare a mangiare fuori perché non ce la facevo ad affrontare l’idea della spesa, della cucina, del pulire. Ho pianto un po’, perché a me più di ogni altra cosa il nervoso – anche quello solo agitato – fa sempre piangere. E anche per tanti altri motivi. Poi spesa, cucina, lasagne, albero di natale, barzellette, prove di fotografia, youtube tutti insieme e adesso letto, e ho dimenticato molte delle cose di oggi. E domani sarà tutto nuovo.

della-morte-che-non-e-mai-una-buona-compagna

della morte, che non è mai una buona compagna

Mi chiedono spesso dove trovo il tempo per scrivere e io non so mai cosa rispondere. In realtà, probabilmente è perché non riesco a fare i lavori di casa e tutte le altre cose che faccio qui da sola senza pensare a qualcosa, e raramente sono cose divertenti o leggere, e doverosamente dopo, mentre faccio la pausa sigaretta e aspetto che il copripiumino si sgeli sul termosifone prima di metterlo su, devo scriverle. Perché altrimenti ci penserei per la notte intera e l’insonnia tornerebbe.
Tra il pensare che devo decidermi ad andare da un medico e quello che non è possibile che io sia così disordinata in casa, penso che stasera ho dato un aiuto alla mia non innata socialità e ho chiamato qualche vecchia conoscenza per organizzare qualcosa durante le mie ferie natalizie nella città natale. E ho chiamato quell’amica, quella che è stata la mia migliore amica per tutti gli anni in cui si ha bisogno di una migliore amica; e non posso non pensare che è incredibile che io, dopo più di un anno, ancora non abbia fatto quello che devo fare. E vorrei davvero poter dire di non averne avuto tempo, ma l’ho avuto. Di avere avuto cose più interessanti da fare, e invece no, ho avuto un sacco di occasioni; ma tutte le volte che pensavo di uscire, prendere un mazzo di fiori e andare al cimitero e vedere la sua tomba, trovavo mille motivi per non farlo. Perché io ancora non capisco come abbia fatto lei, sua figlia, a prenderla così bene, a essere così forte. Io ogni volta che ci penso sento un mattone che mi cade addosso e non riesco a non ricordare tante, troppe cose, passate nel periodo in cui sono cresciuta nelle estati in baita, con quasi quattro genitori invece di due. All’ultima volta che abbiamo parlato per un intero pomeriggio.

twenty years _ placebo

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