Io più ne parlo, più racconto cose passate, più mi sento dire che mi meritavo di meglio e che è andata bene così, anche da chi lo adorava. C’è chi mi ha chiesto di giurare che era davvero la fine, questa volta, per il mio bene. E più mi rendo conto io stessa di tutto questo, di quanto fosse tutto sbagliato e di quanto, sì, mi meritassi davvero di più che qualcuno che si comportava così, più mi rendo conto di quanto poco razionale fosse quello che mi teneva legata; di quanto fosse viscerale e inspiegabile eppure così saldo. Che mi teneva e che mi tiene. Perché ho sempre le mani a comporre quel numero, alle volte anche ad arrivare a chiamarlo senza poi dire niente, e sono qua che guardo i suoi comportamenti e mi chiedo e nego e confermo e ancora mi chiedo se è uno dei soliti, come-da-copione, tentativi di riavvicinamento da parte sua oppure allora cosa sono. Ed ho passato ogni secondo del weekend a pensare solo a questo, costantemente, mentre mangiavo, dormivo, guardavo film, uscivo, parlavo. Cerco di convincermi che vorrei chiamarlo solo per chiedergli questo, che vorrei saperlo solo per togliermi il dubbio, solo per avere l’occasione di sputare ancora un po’ del veleno che ancora mi si attorciglia nello stomaco e nel cuore, ma l’unica cosa che è diversa da quando avevo dodici anni e gli stessi comportamenti è che ora non sono più capace di mentire a me stessa. E sarà per evitarmi di poter affrontare tutto questo con più leggerezza che riesco a focalizzare tutte le mie attenzioni solo su qualcuno che è distante quanto un pianeta non ancora scoperto, qualcuno che poi alla fine nemmeno conosco e con cui non potrei mai sbilanciarmi e con cui ci sarà mai nulla. E’ l’autosabotaggio, ancora una volta, perché al cuore che vive di vita propria piace particolarmente avere qualcosa per cui soffrire.