Il weekend è andato. Sabato intero a letto, dalle 22 della sera prima, alle 16 del giorno dopo dormendo, poi guardando Brothers&Sisters. Alle 21 mi sono data una svegliata, mi son fatta una doccia e sono uscita a bere qualcosa – una bottiglia di Nero d’Avola in due – con l’amico tia venuto su per l’occorrenza. Il mattino dopo colazione ben nutrita, per lui, tazza di caffè per me, e poi dopo un bel film cento giri in macchina – grazie tante, tom tom – per raggiungere Montalto Dora e la sua Fiera del Cavolo (inteso per verdura, nessun altro senso u_u). Fiera in cui c’è chi ha cercato disperatamente e trovato una lampada ministeriale e chi, come me, ha comprato dieci euro di frutta zuccherosa da mettere sui futuri cupcakes (fregole e kiwi) e un orecchino d’ebano che le piace un sacco. E camminando tra banchetti e assaggi di questo e quello ho raccontato con una imprevista leggerezza d’animo, esternamente, gli ultimi eventi. Poi cenetta, e io che non mangiavo da due giorni – e infatti qualcun altro lo ha finito per me, il mio piatto, e un’altra bottiglia di vino – questa volta Barbera. Per concludere l’uscita la malaugurata idea di affittare un film, noi, quattro persone con gusti diversissimi; abbiamo fatto a sorte, hanno scelto Klimt. Dopo un’ora di film, tutti e quattro abbiamo concordato con lo spegnere il proiettore e andare a ributtare nel cassonetto BlockBuster quell’abominio, considerando che almeno di buono c’era che nel videonoleggio ho avuto la sublime visione di un ragazzo che mille anni fa adoravo e che ora è incredibilmente più bello (con morosa accanto :’(). Essendo senza macchina sono tornata a dormire alla Reale Magione di Famiglia, nella mia Nuova Brandina, e incontrando mio padre sveglio a far Sudoku, gli ho dato il mazzo di chiavi di casa mia un tempo appartenuto a qualcun altro, visto che mi chiedeva un duplicato da tempo; gli ho detto che erano le *sue* e quando gli ho detto che c’eravamo lasciati, che mi aveva lasciata, prima che potesse attaccare con il « non ti va mai bene niente », ha attaccato con i suoi « mi hai rovinato la serata con questa notizia » e via di seguito, manco fosse lui che ci sta male; in un attimo di nervoso gli ho risposto per le rime e se ne è uscito con la felicissima frase « ovvio t’abbia lasciato se saltavi su così anche con lui » al che sono tornata come una furia in cucina e gli ho detto che, invece di dire stronzate, si chiedesse per chi era che avevo chiamato l’avvocato la settimana prima visto che non ero io e gli ho detto in due parole quanto bastava per chiarire il fatto che nella mia vita le rispostacce sono giusto un contorno. Conoscendolo sarà ancora lì a prendere i suoi antiacidi, maechecazzo, non è che solo quando lui aveva la mia età le cose erano giusto un po’ più complicate delle massime dei baci perugina.
Però è bello vedere che sulla faccia della terra esiste chi mi sopporta anche quando sono incredibilmente ripetitiva, incredibilmente monotematica, incredibilmente poco di compagnia e chi una frase di troppo, una frase sbagliata, non la considera, o almeno così fa vedere. E’ brutto vedere di averne trovati così pochi.
delle cose pratiche
delle scelte mai scelte
Mi chiedo perché debba essere tutto così difficile. Perché debba venir qua a tentare di sfogare qualcosa che nemmeno so e bloccarmi pensando a come devo mostrarmi, a cosa voglio che lui sappia di me nel caso passi di qua. Mi chiedo se devo davvero chiudermi tutte le porte dietro e sforzarmi di non scriverne oppure ogni tanto buttar giù due parole che nel caso lui passasse per vedere come sto, sua vecchia abitudine, leggerebbe. Mi chiedo perché riesca ad essere ferma e razionale in una decisione che sento giusta quando ne parlo ed essere completamente irrazionale il resto del tempo, iniziando a trasformare i non tornerà in se tornasse e gli assolutamente finito in se facesse. Perché mi sto costruendo una serie di paletti, quando invece avrei dovuto tirar su una diga. Sto iniziando a constatare che se tornasse, se riuscissi a vedere quell’idea d’amore che non passava dai suoi occhi da tanto tempo, non troverei ragioni per restare ferma sulle mie decisioni. E mi sento stupida e piccola come non mai ad essere qua a sperare, a ideare, a considerare il ritorno di qualcuno che probabilmente di ritornare non ci ha pensato nemmeno un secondo. Lui è lì fuori, con la sua vita, con la sua famiglia, i suoi amici, i suoi nuovi emozionanti flirt, il suo nuovo lavoro entusiasmante e io sono qua senza nulla. Tutto quello che avevo girava così tanto intorno a lui che ora devo ricostruire da zero qualunque cosa; e non sono pentita di aver preso la mia vita e averla modificata così tanto, interiormente ed esteriormente, in funzione di lui, perché era così che volevo viverla e un altro modo sarebbe stato troppo poco, sarebbe stato inutile. Però sono dispiaciuta di aver scelto il momento e la persona sbagliata per farlo, dispiaciuta di trovarmi in questa netta posizione di inferiorità nei confronti di me stessa e di come dovrei essere. Dispiaciuta di non saper trovare nemmeno una briciola di quella forza che si suppone dovrei avere, nemmeno a cercarla sotto il letto.
Poi lo chiamo, mi rendo conto, ancora, e ancora, delle stesse inutili cose che continuano a ferirmi come lame sempre nuove in punti dell’anima che nemmeno ricordavo di avere e vorrei aver scritto questo post su un pezzo di carta per poterlo stracciare, per poterlo bruciare e potermi così sentire meno male, meno stupida, meno inadeguata a tutto questo.
della dimenticanza
Oggi ho dato quello che a me è sembrato un ottimo parere e consiglio a qualcuno. Questa sera sono rimasta quindici minuti nel mio garage, seduta in macchina con la busta della spesa sulle gambe, le chiavi in una mano e l’altra appoggiata alla maniglia della porta a piangere perché mi rendo conto di non essere in grado di seguire quel mio consiglio. Perché è inutile cercare ragioni, cercare fili logici, chiedere spiegazioni, perdersi in pensieri su cosa e come e quando; so che non ci sono ragioni, che non tutti i comportamenti hanno un motivo e non tutte le persone quando agiscono seguono un filo logico e quindi dovrei semplicemente smettere di chiedermi. Ma non ne sono capace e continuo a farmi del male, ogni minuto.
E non basta staccare la sua fotografia dalla lavagna sopra il computer per non sentire il pugno che mi stringe lo stomaco stringere più forte; dovrei staccare ogni cosa attaccata in questi tre anni, dovrei strappare i biglietti del treno per Genova e l’ingresso all’acquario e dimenticarmi delle foto che tanto amo del posto che per me rappresenta la casa del mio sentimento. Perché se mi sono innamorata di lui una notte a Novara, è stato in quel paese di mare che mi sono resa conto di quanto desiderassi che quel momento durasse tutta la vita. E’ che non riesco nemmeno a buttare via un post-it e mi chiedo come sia possibile buttare via tutte le cose molto più concrete e profonde di un foglietto di carta che ho dentro.
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