Oggi ho dato quello che a me è sembrato un ottimo parere e consiglio a qualcuno. Questa sera sono rimasta quindici minuti nel mio garage, seduta in macchina con la busta della spesa sulle gambe, le chiavi in una mano e l’altra appoggiata alla maniglia della porta a piangere perché mi rendo conto di non essere in grado di seguire quel mio consiglio. Perché è inutile cercare ragioni, cercare fili logici, chiedere spiegazioni, perdersi in pensieri su cosa e come e quando; so che non ci sono ragioni, che non tutti i comportamenti hanno un motivo e non tutte le persone quando agiscono seguono un filo logico e quindi dovrei semplicemente smettere di chiedermi. Ma non ne sono capace e continuo a farmi del male, ogni minuto.
E non basta staccare la sua fotografia dalla lavagna sopra il computer per non sentire il pugno che mi stringe lo stomaco stringere più forte; dovrei staccare ogni cosa attaccata in questi tre anni, dovrei strappare i biglietti del treno per Genova e l’ingresso all’acquario e dimenticarmi delle foto che tanto amo del posto che per me rappresenta la casa del mio sentimento. Perché se mi sono innamorata di lui una notte a Novara, è stato in quel paese di mare che mi sono resa conto di quanto desiderassi che quel momento durasse tutta la vita. E’ che non riesco nemmeno a buttare via un post-it e mi chiedo come sia possibile buttare via tutte le cose molto più concrete e profonde di un foglietto di carta che ho dentro.