La linea della vita del mio blog, mi ha confidato per due penny una chiromante incontrata ieri sera per strada, ha una brutta tendenza ad assottigliarsi che, nel tempo, non farà che peggiorare.
Chissà perché, mi chiedo ogni tanto. A dire la verità me lo chiedo solo quando non ho voglia di darmi una risposta, perché nei momenti di autosincerità è una domanda che nemmeno mi faccio: la risposta la precede di almeno due tempi. Perché il blog protetto non funziona, non mi dà soddisfazione, è come farlo a luci spente. E il blog pubblico funziona ancora meno, funziona come una macchina dell’89 con 300.000 km: andare, incredibilmente, va, ma ti guardi continuamente intorno per vedere se esce fumo o perdi pezzi, sei sempre preparato al peggio e a forza di restare a piedi e aggiustare qua e là va a finire che la lasci in garage e la usi solo per lo stretto necessario. Ed io qua vengo, appunto, solo per lo stretto necessario e non ho niente, non ho parole da scrivere perché non ho più nulla di privato e perché anche lo avessi, non lo scriverei. Perché il blog non è più quella fantastica novità terapeutica che era all’inizio, non dà più quel tanto che basta ad ignorare quello che toglie. E toglie tanto. Toglie serenità per troppi motivi, dà fastidio per troppi, troppi motivi che si chiamano persone. Il blog è in mezzo a tutto, sempre, quando vorrei invece che fosse la parte più privata e marginale della mia esistenza. Si mette tra me e il mio curioso *lui*. Si mette tra me e i già difficoltosi rapporti d’ufficio. Si mette tra me e dei perfetti sconosciuti che rimarrebbero tali se solo la gente non avesse questa smania di collezionare inutili conoscenze in ogni comunità. Si mette tra me e i miei amici creando fraintendimenti. Si mette tra me e chi cerca un buon appiglio per ferire, per tirare colpi bassi. La parte brutta di tutto questo è che il blog è una pagina html ferma qua, lei non va da nessuna parte. Viene messa in mezzo dagli altri, ad ogni evenienza, ogni volta che fa comodo, traendone quello che serve e ignorando il resto. Ignorando me, gran parte di me, alcune parti di me.
E come fai allora a lasciarti andare, anche imponendotelo, quando sai tutto questo? Quando sai che alcuni post fanno il giro di interi circuiti email, quando passi dagli utenti online e vedi l’avatar di un coglione che non ha alcun buon motivo per leggerti, e tu ti ripeti « sii superiore », « fregatene », ma non serve davvero a niente. Perché in questo blog si scrive soprattutto di debolezze, di errori, ed è come servire su un piatto d’argento il lato più morbido, più scoperto, e aspettare di essere fatti a pezzi, sempre più piccoli. E se non scrivo di questo, se non scrivo del mio lato umano, non resta niente di cui parlare se non il colore delle tende che voglio mettere in camera, discorso che annoia perfino me stessa.
Certo sarebbe molto più interessante una serie di post sull’aria che tira in ufficio, con i comportamenti inspiegabili e rivoltanti di qualcuno, gli atteggiamenti fastidiosi di qualcun’altro, gli scazzi mai risolti, le cose molto belle e qualche persona che, non lo sa, ma provoca qualche vuoto allo stomaco, di tanto in tanto. Di quelli buoni. Sarebbe interessante una serie di post su quel paio di uomini, vicini e lontani che ogni tanto mi capita di includere nei pensieri più astratti. Sarebbe interessante un post sui comportamenti di chi accusa pubblicamente me di essere una ladra e due anni dopo il ladro diventa lui, con qualche 0 di differenza sulle cifre, su chi blocca su msn una persona per (a suo dire) un’implementazione che non gli piace, sul perché non posso pensare di familiarizzare con i *suoi* amici e sul perché preferisco restare sola al momento. Su tutte le cose che sono successe negli ultimi anni che mi fanno credere che, più o meno sottile, c’è un gran bello strato di … schifo su ognuno e l’unica è costruirsene uno più spesso ancora. La sfiducia riguarda tutto, riguarda me soprattutto, comprende gli altri, tutti, anche le persone che stimo, quelle che ammiro, quelle che desidero, quelle che sogno; non mi fido né provo a farlo. Penso a priori alle cose peggiori che potrebbero fare e le do per scontate, evitandomi delusioni e amarezze. Però, così rimane ben poco.