Mi rendo conto di tutto. Forse la cosa peggiore della situazione, di tutto il movimento di questi giorni, è questo spassionato rendersi amaramente conto di cosa faccio e di cosa penso. Non siamo in un allegro filmetto commedia-sentimentale: qui, sulla terra, qui, nel paese delle persone senzienti e non più adolescenti, l’amore non solo non è tutto; è proprio una cosa marginale. Essere felici completamente su tutta la linea, succede nella famiglia del Mulino Bianco, non qui. Nella realtà succede piuttosto che il figlio che hai cresciuto per vent’anni muore di overdose, o tua madre muore di dolori atroci in mesi e mesi e tu resti sola con un padre con il parkinson a cui badare a tempo pieno, oppure di avere due fantastiche bambine ma non i soldi per il mutuo nemmeno facendo un lavoro che detesti e che ti sta facendo perdere ogni secondo loro. La realtà è che non si è felici come nei film, non va mai tutto bene, e allora cerchi di far andar bene solo qualcosa e ne sei felice, così, solo di quello, solo mentre c’è. E quindi cosa diavolo importa se questa fantomatica storia d’amore da film sentimentale di seconda categoria, il grande amore (che fa ridere solo a pensarlo), quello che uno su un milione, non c’è, cosa importa se lo era o no. Io sono felice del mio lavoro, della mia casa, sono felice per tante cose che potrebbero andare in milioni di modi peggiori e invece vanno bene. Ne sono felice. E so bene di avere gli anni che ho e di avere una vita intera davanti in cui provare esattamente le stesse cose e in cui ritrovarmi a ridere di tutto questo. E da qui, dall’alto di queste considerazioni, mi guardo comunque piangere e dire stupide frasi che sembrano uscite da una sceneggiatura, mi vedo crederci, mi vedo realmente soffrirci e sento perfino il dolore che attraversa tutto il corpo quando il piede cade nella buca dei ricordi.