Come se avessi distolto lo sguardo, per quasi una settimana mi sono immersa in tutto quello che mi capitava sottomano. Scelta dei mobili, svuotamento degli scatoloni, ricostruzione di una traballante relazione, tentativo di sopportare un pomeriggio sociale fuori casa, lavoro, telefonate ad amici e parenti. Ma ieri sera, quando mi ha chiamata sul balcone, la nostalgia di casa mi ha colpita allo stomaco come un mattone di trecento chili con la forma di montagne che si stagliavano, piccolissime e lontanissime, sullo sfondo del sole al tramonto. Vivere in un posto aperto, dove ovunque si guarda c’è solo orizzonte, una sconfinata e pianeggiante linea dritta, dà un senso di desolatezza incredibile. E’ sconsolante non poter cercare, spostandosi tra le case, i palazzi, uno squarcio di panorama attraverso cui ammirare i 2.335 metri di maestosità di una montagna che inizia con alberi colorati e fitti da sembrare cotone e man mano che si alza diventa cupa, scura della terra e delle rocce e poi brillante del bianco della neve, così smagliante nelle giornate di sole, oppure ricoperta del viola d’erica nei pomeriggi primaverili. Dormire con la testa rivolta ad ovest, attorniata da montagne, fa sentire in un qualche modo protetti, come se si vivesse dentro un’enorme alcova sicura.