Ultimo giorno lavorativo prima del trasloco; sapere che ho fatto nemmeno metà degli scatoloni (anche pensando che era la metà più difficile) mi sconforta. Ho questa sera e domani per finire e io vorrei solo dormire come nemmeno un ghiro ha mai fatto.
In questi giorni di commiati di vario genere, tra saluti imbarazzati, con non abbastanza amici per piangere e abbracciarci ma abbastanza conoscenti per non sapersi dire ciao ciao con la mano, quindi diamo il via a « addio » seguito da risatina, « buona vita » seguito da risatina, « tanto verrai su e ci si incontrerà » seguito da sguardo del sappiamo che non è vero. Lascio qui il mio migliore amico, l’unica persona con cui posso parlare di certi argomenti. L’unica persona che mi considera patetica se dopo tutti questi anni io all’una di notte, davanti a un caipiroska rivoltante, gli faccio ancora le stesse puerili paranoie con tanto di tattiche fuori da qualsiasi immaginazione, ma mi capisce. E capisce che non c’è nulla da fare, da dire, da consolare. Non c’è nessuna ipotesi da avanzare perché tutte, anche solo per il fatto di essere ipotesi, sono dannose già di loro. L’unica cosa di cui prendere atto è che sono cosciente che nonostante tutto in cinque minuti prenoterei e prenderei un aereo e andrei lì con anche solo una parola da parte di chi non dovrei ascoltare, una parola che sappiamo tutti bene non verrà mai detta. Conoscere la situazione, la persona, i fatti, far passare oceani di tempo, non cambia proprio nulla.
Nessun addio plateale, nessuna frase di circostanza, nessuna parola profonda. Perché spero non ce ne sia bisogno, perché mi illudo non cambi niente. Sono 50′ di autostrada, che sarà mai? Ma so che cambierà, che il telefono non è la soluzione e che le distanze sono sempre vuoti incolmabili.

(e guarda come son finite…)