Otto ore al giorno, da settembre. Più di cinque mesi, ogni giorno sullo stesso progetto; non vivo per il lavoro, ma negare che il lavoro, soprattutto ora e questo siano parte integrante della mia vita, sarebbe ipocrita. Non chiedo interesse assoluto e sincero, dopotutto sono cose mie. Però quando finalmente esce al pubblico e ti chiedo di registrarti per dargli un’occhiata, a te che sei (?) la mia dolce metà, dovrebbe passare per l’anticamera del cervello che mi farebbe piacere se lo facessi. Oggi no, magari domani. O dopodomani. Facciamo che tre giorni dopo, a casa tua dopo cena, ti chiedo se ci diamo insieme un’occhiata (visto che è evidente che da solo non lo farai). Bene o male lo conosci già, e molto bene. E ci mancherebbe. Usi lo stesso strumento tu stesso da anni. Io ti voglio fare vedere le cose nuove, le cose speciali che ho fatto, la globalità del portale. E invece. E invece passiamo un quarto d’ora a scegliere a che gruppo deve appartenere il tuo utente (premessa: è un sito femminile che non userai mai e abbiamo già accordato che cancellerò il tuo utente) perché non sai deciderti, poi mezz’ora nella compilazione del profilo perché non sai rispondere a domande come "sono" e "non sono" e "mi piace". Ok. Sopporto. Ti dico « metti su un’immagine così vedi come sta dopo ». Apri la cartella immagini. Sfoglia la cartella di tuttnudi, poi apri quella delle modelle e già che ci sei apri le foto una per una, così, per guardarle. E via altri minuti e minuti e minuti. E la foto, alla fine, ovviamente non la carichi. Poi entri in amministrazione, nell’amministrazione che conosci come le tue tasche. Scegli accuratamente il titolo del blog. Poi, via mezz’ora per fare il template. Poi, orrore, apri la pagina dei post. Dopo interminabili minuti (intanto, ricapitoliamo: sono le 22:30, non abbiamo visto nessun fottuto film, e la serata del lunedì l’ho passata guardando uno che fissava sullo schermo le stesse cose che io ho fatto per otto ore al lavoro il giorno stesso) inizi dunque a scrivere un post. Tre righe (nemmeno fantastiche). Poi dico, tra me e me « ora cliccherà pubblica ». Premi invio. E inizi a scrivere altre righe. Esco a fumarmi una sigaretta. Torno. Stai ancora scrivendo. Mi lavo i denti. Mi faccio dare il pigiama. Smetto di darti retta. Quando finalmente spegni tutto, mi dici « alla fine il post non l’ho pubblicato perché ho sbagliato click e s’è cancellato ». Mi importa? No, assolutamente – assolutamente – no. Ma soprattutto. Hai sprecato la serata in questo modo, e alla fine, io che te l’ho fatto vedere solo per avere un parere, per sentirmi dire « mi piace » (ma a sto punto, anche un « mi fa schifo » andava bene uguale) (perché anche se tu la consideri una cosa scabrosa, sì, io sono sempre in cerca dell’approvazione delle persone, di tutti e degli amici e di te, in ordine d’importanza inverso e lo sai) mi sento solo dire che non hai postato perché hai fatto una cazzata. E poi mi chiedi se c’è qualcosa che non va?