Succedono un sacco di cose, ho tanti pensieri da scrivere, e non ho nemmeno un secondo per farlo. Finisco il weekend triste per il fatto che sia finito ma felice perché significa ancora, di nuovo, Lost; provo crisi d’astinenza peggiori per qualche manciata di puntata di questo telefilm che per una sigaretta, nonostante ne fumi un pacchetto al giorno da dieci anni, ormai. Attraverso la strada e vedo passare conoscenti e amici e osservo in disparte le loro avventure e sì, ho una parolina, ma più spesso discorsi interi, per ognuno di loro, ma li tengo tutti per me perché nessuno di loro è piacevole. Mi crogiolo in sensi di colpa per la meschinità di pensieri che comunque non vogliono saperne di sentirsi in colpa e si rotolano beffardi nella loro fangiglia maligna. Sono ipersensibile a tutto, tutto mi rapisce; non riesco a togliere gli occhi dai libri che leggo, il caffè è squisito ogni mattina, ma come ho fatto fin’ora senza il nuovo lettore mp3 e la recentemente scaricata colonna sonora di Magnolia? e non posso fare a meno di leggere il City ogni mattina come se fosse un’abitudine consolidata da anni piuttosto che una novità di pochi mesi. Mi sento felice a casa mia, nella mia tana asettica, minimale e incolore ma pervasa da profumi sempre diversi, e me ne sto qui a rimuginare sull’essere a tratti orgogliosa di me, di quello che sono e di quello che faccio e di come lo faccio e di come vivo e a tratti insoddisfatta anche della più piccola virgola che dipenda in qualche modo da me. Insomma, la solita vita, che come ogni autunno assume d’improvviso intensità che mi travolge nel solito nulla di sempre e che lo fa luccicare come una sfavillante festa allo zucchero filato.