Oggi è lunedì. Sembra un’informazione qualunque, invece no, è importante: il fatto che oggi non sia uno qualunque degli altri sei giorni, ma sia proprio lunedì, rende più giusto il fatto che oggi sia ufficialmente « la giornata del fastidio, dell’odio verso il prossimo e del malumore ».
Adesso dovete tener presente che ogni cosa che dirò in questo post non è nient’altro che una linea che va a rimpire il mio personale termometro dell’umore; siate abbastanza perspiscaci da capire se la linea è rossa o verde, quando vi figurate di aggiungerla.
Il lunedì, questo lunedì, inizia con un risveglio della sveglia sbagliata; io ho due sveglie, telefono e radiosveglia. La radiosveglia è avanti di cinque minuti, io la metto che suoni cinque minuti dopo il telefono, a rigor di logica devono suonare assieme; invece no: stamattina il telefono era inspiegabilmente in ritardo e io odio sentire per prima cosa la radiosveglia, che non è sintonizzata e sappiamo tutti qual bel suono emette una radio non sintonizzata.
Ho passato il weekend a *curarlo* da tosse (o principio di bronchite) e febbre, con il bel risultato di prendermi io tutto (meno la febbre). Domenica l’ho passata mezza agonizzante, cercando di non tossire e rotolandomi sul letto ogni volta che lo facevo. Ho passato la notte sotto l’effetto di antibiotici e medicine varie, coperta da testa a piedi per non prendere freddo e non peggiorare la situazione visto che oggi, lunedì, dovevo lavorare per forza, avendo saltato il venerdì per cause di forza maggiore. Quindi stamattina era obbligatoria una doccia, dopo la notte da girone dell’inferno con aria condizionata rotta; una doccia nell’aria gelida delle 6 passate da poco di lunedì mattina, una doccia in cui non risparmiare il lavaggio di questa massa di 5kg che sono i miei capelli, che per asciugarli tutti ci vorrebbe un’ora di phon e che comunque asciugati con il phon assumono una consistenza tutta loro.
Mi preparo, *lo* saluto, arrivo in stazione infreddolita con testa umida ma felice di non dover mettere piede al freddo e al gelo fino alle 9 circa (a parte scambi qua e là, ma di pochi minuti). Ciuf ciuf, ciuf ciuf. Passa mezz’ora e arriviamo in un paese che chiameremo Rovasenda (perché è il suo stupidissimo nome), vediamo il cartello della stazione, scritto bello, bianco su blu: ROVASENDA. Il paesaggio non cambia, resta quello: dopo venti minuti la massa di gente, come colta da un impulso collettivo (brivido), inizia a dar da sentire che qualcosa non va. Mormorii. Pestii di piedi. Dopo qualche domanda impertinente al capotreno (saldamente ancorato nella poltroncina della sua celletta, uscissero mai da lì quando qualcosa non va!), ecco l’annuncio: siamo fermi perchè il treno prima di noi (30 minuti prima di noi) è fermo per guasto e occupa il binario.
Dobbiamo arrivargli nel ****, per saperlo? Questa invenzione chiamata TELEFONO ha un qualche significato per gli omini trenitalia, oltre a quello di concederlo allegramente alle loro passaggere? Dobbiamo per forza chiedere espressamente « accidenti, perché siamo fermi? » perché si rendano conto che forse, forse!, un annuncio a tutti i viaggiatori che riempiono questo fottuto trenino dei cartoni animati non farebbe male? Dopodiché: un terzo del treno, il terzo fortunato diciamo, chiama chi deve chiamare e si fa venire a prendere. Noialtri restiamo lì. Ed ecco la batosta mattutina: inizia a serpeggiare, tra la gente, questa cosa, questo sentimento di nauseabonda solidarietà; ci sorridiamo, ci completiamo le frasi a vicenda, ci lanciamo sguardi come se fossimo vecchi amici che s’intendono a colpo d’occhio. Chi arriva, chi va, c’è un sorriso per tutti. Mi vedo, mi sento, prendo coscienza degli angoli della bocca che si arricciano e degli occhi da « siamo tutti sulla stessa barca » e mi strapperei la faccia a morsi.
Nel frattempo sto leggendo Come Diventare Buoni di Hornby e strapperei a morsi pure il libro, che mi fa innervosire come nessun libro mai; può un libro rendermi isterica verso uno dei protagonisti? Visti i sentimenti che mi provoca, a leggerlo, se ci fossi dentro in quella storia cosa farei? Non ho davvero dubbi sul fatto che andrei fuori di testa senza pensarci non due volte, ma nemmeno una.
Dopo un’ora e più ci mandano come pecore smarrite in mezzo al paese: per rendervi un’idea del tipo di paese dico solo che all’uscita della stazione c’è uno di quei cartelli di benvenuto alla città, con la mappa e la pubblicità, di solito, solo che qui non ci sono pubblicità e la mappa è disegnata a matita, a mano, of course. Ci dicono di prendere un pullman per arrivare in una stazione in cui prendere poi i vari treni: ovviamente ci dicono il pullman del tragitto più lungo, e durante una sottospecie di riunione condominiale decidiamo all’unanimità di disubbidire e prendere un altro pullman. Arriviamo a Novara stremati ma ancora pieni di sorrisi di comprensione per tutti noi, ancora con la voglia di scambiarsi banali e povere storielle sulle proprie vicende personali al bancone del bar ferroviario. Alle 11:00 esco dalla metropolitana e respiro aria targata Milano, finalmente. Quattro ore di viaggio, la giornata ancora non è iniziata e io già mi vorrei tagliare le vene.