Il lunedì vede nei suoi primi minuti già i nervi che si tendono, la mascella che si contrae, le parole emesse come sibili sottili che passano in mezzo al muro che mi si è costruito attorno nella notte. Se il buon giorno si vede dal mattino, sto messa già bene. Vorrei parlargli, vorrei abbracciarlo, vorrei insultarlo, vorrei ucciderlo. Troppe cose, troppe, da provare alle sei del mattino, quindi esco di casa con un semplice ciao e una porta chiusa a chiave.
Ed eccoci, ecco il nostro ritratto estemporaneo appeso a una parete che un tempo era bianca: due muli legati a un albero, che ci girano intorno, in fretta, per evitarsi, fino a strangolarsi e morire uno diametralmente opposto all’altro. Fa pena, sì, fa davvero pena. Ecco qua due giovani esseri umani nel pieno delle loro facoltà mentali, non troppo ottusi, non troppo insensibili, riflessivi e ragionevoli; ecco qua due giovani esseri umani che dopo uno stupido litigio non sanno in alcun modo tornare allo stato di calma per quanto apparente. Lui non sa scusarsi e io non so accettare delle scuse. Lui la notte si gira e mi guarda, io continuo a guardare il mio film sapendo che mi guarda, si innervosisce, si sposta nella sua parte di letto strattonando coperte e soffiando. Il momento dopo avvicina la sia pelle alla mia e io combattuta tra il desiderio di strappargliela di dosso centimetro per centimetro e il desiderio di lasciar perdere tutte queste cazzate, rimango immobile cercando di andare altrove con la testa per poter prendere sonno. Fa pena, davvero.