Sono brava in tante cose e in altrettante credo di esserlo. Ma gli addii, proprio no; un po’ come tutti. Sarebbe una dote fantastica avere le parole e i gesti e lo stato d’animo corretto per ogni addio. Io ho solo un grande impaccio e un grande blocco nel dire qualunque cosa sia più significativa di un « grazie di tutto ».
Senza riuscire a spiegare che dentro quel tutto ci metto veramente tutto, che sia il cd regalato a natale, che sia l’avermi portata a fare meditazione buddhista, che siano le discussionioni sui cibi blu, sulla musica, sulla natura umana e sulle cazzate varie nel tragitto dall’ufficio a casa durante i tanti passaggi offerti. Tutte le cose che ho imparato, qui, dai racconti di viaggi lungo il cammino di Santiago e nelle isole thailandesi, il trucco dello specchio per fotografare aborigeni che altrimenti trafiggerebbero con lance ben accuminate quello che per loro è il rubatore di anime. Le discussioni attorno alla macchinetta del caffè sul satanismo, sulla serie di fibonacci, sulla geometria stradale, sulla seconda guerra mondiale, sui campi di narcisi, sulle religioni e sulla natura e sulla tecnica e sull’informatica. Alla leggerezza delle colleghe, le risate, gli inaspettati abbracci mentre uscivo dall’ufficio a piangere.
Io me ne vado di qua con un borsone pieno di fogli e cd ed un enorme invisibile scatolone colmo di conoscenze e gesti e sentimenti che secondo me, fuori da qui, non avrei mai trovato nemmeno in cento anni. E’ questo il « tutto » per cui ringrazio.