Cena al cinese; raggiungiamo gente in una stupida piazza a una festa di paese, « a spass par sandian », chenoia.
Alla fine decidiamo(decidono) di restar lì, e capiamo che c’è un solo modo per sopravvivere alla serata: iniziamo con un gin lemmon lei e una vodka doppia alla pesca io (pagata 3.70. sticazzi! divento loro cliente fissa!). Incontriamo tizio suoamicod’infanzia che offre da bere, primo giro di vodke. E via così. Altro locale, altro giro. Altro locale, altri tre giri. Alla fine dormiamo io e lei da me e stammatina alle dieci brillante idea di andare in baita dove ci sono i miei a cui scrocchiamo il pranzo grigliata, certo non prima di aver scarpinato un’ora ampia (20 minuti, dovrebbero essere) con ampi giramenti di testa, altezza che favorisce la risalita degli alcoolici con conseguente emissione degli stessi nel modo più consono (solo lei, io sto benissimo e la cosa mi preoccupa non poco visto che anche la sera prima stavo bene a parte una leggera allegria). Ah, dimenticavo l’incontro con il tavolo dei miei sogni, comprendente: ex grande amico ora assolutamente ignorato a parte il flebile saluto, sua fidanzata più che loquace (ah, ma la adoro eh), coppia … ho esaurito gli aggettivi cattivi, lasciamo perdere, altra coppia – lui non mi odia, anzi, quindi lei mi odia proprio per quello – da evitare avvicinamento a meno di due metri per evitare scenate, e amico inutile. Ah, che bello. 20 minuti di falsità sorridente condensata in tre metri quadrati.
Ora doccia, poi cena casuale, poi casa. Sono … esausta non rende l’idea, ma non conosco una parola che esprima il senso di tappeto spelacchiato sbattuto troppo sul balcone e poi lasciato cadere dal sesto piano che provo in questo momento.