« Che cosa fai » (chiede Rex – pace all’anima sua – a Bree)
« Riparo una tazza sbeccata. »
« Comprane una nuova. »
« Preferisco aggiustare quello che ho già. »

Ecco l’introduzione. Ed ecco la domanda che oggi mi sono posta (quando non si ha altri con cui parlare diventa paranoicamente indispensabile il dialogo con se stessi): quante delle mie pessimi abitudini, dei miei discutibili modi di fare e di essere, delle mie poco stimabili decisioni considero come deviazioni professionali, e quante lo sono davvero?

Il fatto di essere sempre sul punto di lasciar perdere le cose quando non vanno perfettamente bene. Io sono abituata a buttare via tutto e ricominciare da capo, perché il mio compagno di vita da ormai 15 anni funziona così: non si continua a patchare e pacioccare una cosa che non funziona per farla andare, perché non andrà mai bene, dopo. Deve andare, e basta. Oppure si rifà da capo, che quando si rifanno le cose vengono per forza sempre meglio, dopo. Ma sarà poi vero? La crostata al caffè che la prima volta è stata idolatrata, la seconda volta mi ha invaso metà cucina con una specie di blob al gusto di cioccolato fondente. Quando sento questa pulsante sensazione di buttare via tutto e riniziare, sbaglio? E’ l’istinto, o è deformazione professionale? Ho effettivamente la tendenza a farlo sempre, anche quando non servirebbe affatto, o lo faccio il giusto?
Non so rispondermi.

Ah, e poi faccio controlli incrociati. Su tutto, anche quando faccio la spesa X|