Sarebbe da mettere in "sound", ma preferisco leggerla come un racconto. Scaricatevi i tre mp3 che la compongono, se vi capita. Suona meglio, con quelli in sottofondo.

La cosa singolare legata ai luridi muri umidi rigonfi di tempo e di condomini di quest’omonimo grigio edificio appena fuori centro, non è forse per le diverse riedificazioni perse nei secoli e secoli a memoria di storia, quanto al fatto strano e alquanto astratto che qui da sempre, almeno da quando la nonna era ancora vivente e residente al pianterreno nonché proprietaria dell’intero bene immobile, ebbene all’ultima finestra in cima a destra vicino al cielo abita un signore inesistente (there’s no one inside that flat, come on come on come on).
Amministratrice: « da molti anni ormai non ho motivo di lamentarmi mai di lui, per cui convivo con il silenzio suo apparente, ma vivo. Nessuno, né la sottoscritta, né tantomeno qualcuno dei poveri condomini increduli l’ha visto mai, ciononostante è malvisto, ma dal mio modesto punto di vista, ammesso sempre che lui esista, resta un inquilino esemplare: non sporca le scale, non produce rumori, non disturba la quiete condominiale e, particolare che potrà sembrar banale, paga (everybody knows it) in anticipo e di solito accluso in busta chiusa usa, come un vero signore dalle buone maniere, accompagnare alle spese del mese due righe di scuse riguardo alla sua assenza reclusa; dice che non può spiegare perché non si espone al mondo reale, ma si dispiace di avere messo tutti quanti in croce. Sa bene che sapere che non c’è agli inquilini no, no, non dà pace. »

La nostra vicenda (è una cosa orrenda) potrebbe avere inizio proprio nel terrore, nel pandemonio, di questa ennesima riunione di condominio poche parole sul piano di ristrutturazione dell’androne, sulle infiltrazioni sul balcone, detto ché poco dopo gradualmente e poco a poco la conversazione cambia tono, devìa il tiro, l’ordine del giorno s’addentra in territori altri, s’inerpica, risale il pendìo, ripido pendìo ancora lassù più in alto in immaginifici spazi cosmici ai limiti ostici della ragione senza appigli, insomma fin dentro l’appartamento del nostro esimio assente: il signore inesistente (there’s no one inside that flat, everybody knows it, come on come on. there’s no one inside that flat, everybody knows it, but they hear some noises).
Al solito la questione perde quota, prende fuoco, si fa incandescente, come meteorite precipita nel vuoto, nella voragine interiore del nostro ignoto, oggi il professore qui di fronte a me seduto e insolitamente taciturno non partecipa alla riunione, resta curvo come morto, come in cortocircuito assorto piuttosto ad ammirare l’universo negli interstizi tra le mattonelle davanti a sé.
« Come sarebbe a dire "Non esiste"? E che significa? Non esiste… » « Inammissibile che un coinquilino non intervenga mai alle riunioni. » « Non esiste, se non esiste non lavora e se non lavora è un delinquente. » « E’ UNO SPIRITO! » « E’ un genio. » « Nessuno [lì dentro] nel suo non-essere…è una forma di un … ». Rap-tus. Il professore inspiegabilmente emette un grido disumano, inatteso e come indemoniato ride, gli occhi roteano all’indietro a nascondere l’iride che si rivolta nelle orbite come cercasse qualcosa dentro di sé, ma è fuori di sé e senza senno si alza deciso nel silenzio improvviso dell’imprevisto si ricompone, diviene serio, ma con un’ombra in viso e mentre tutti gli inquilini tacciono impietriti sradica dal muro un estintore, esce dal salone adibito alla riunione senza fiatare ascoltiamo i passi allontanarsi, rimbombare nella tromba delle scale, prima rampa poi seconda, mi pare.

« CHI SEI?!? ». L’interrogativo echeggia in ogni corridoio, in ogni angolo del condominio e ci fa trasalire, rinvenire, bisogna intervenire. « VOGLIO SAPERE CHI SEI! » vaneggia sconvolto il professore, è una tragedia, si teme il peggio e solo adesso il gregge disordinato degli inquilini scheggia, si precipita sugli scalini « mai in tutti questi anni è avvenuto un episodio tanto sconveniente e inopportuno, mai nessuno aveva avuto un simile comportamento scellerato, mai nessuno aveva osato importunare il signore di quell’appartamento, io non me la sento ». Continuerò il racconto, ma lassù non vengo (uh, no, non vengo) e mentre salgono, al tumulto si aggiungono profondi tonfi di grancassa: provengono dall’alto, all’ultimo piano, il professore tenta di scassinare con l’estintore la porta del signore inesistente e profanare irrimediabilmente la dimora finora inaccessa, forse anche dal residente stesso.
E’ un attimo, è un attimo… forse ancora possono fermare il professore. E’ un attimo, un intervallo infinitesimo, ma in quell’attimo forse esitano un poco, è un attimo, un sogno tanto atteso, è un attimo, un intervallo immenso, di fatto pensano: « E’ lui a commettere il misfatto », tante domande in un solo istante; e come affrontare la vita restante senza il dubbio di quella presenza,
senza quella dimensione a sé stante che rende sì l’anima pesante, ma che riverbera l’immaginazione… è un attimo, ma in quell’attimo il professore sfonda le distanze. Ed eccoci negli immaginifici spazi cosmici dai limiti postici della ragione senza appigli, insomma dentro l’appartamento del signore inesistente. Ora la porta è aperta: no, non c’è nessuno, comunque nessuno non c’è, non è questo il punto. La scoperta, ancor prima dello sconcerto suscita un piccolo disagio reciproco, d’istinto si sentono violati nell’intimo, alcuni pensano « Scusate il disordine… ». Ognuno di loro giura di riconoscere le proprie mura, lì rivede casa sua.