Ieri ho disertato completamente la vita informatica; sono stata da *lui*, come se fosse domenica, con la sensazione da domenica addosso; siamo andati a vedere sua sorella che discuteva la tesi.
Che tristezza; immaginare una mia ipotetica vita universitaria, cosa sarebbe cambiato, come mi sarebbe piaciuto. Ricordare eventi, parole, discussioni, pianti, rinunce, rabbia. Continuare a cullare l’ipotesi, un giorno, di iscrivermi ai corsi online del politecnico e avercela anche io, la mia laurea, la mia pergamenina, scrivere la mia tesi.
Mi hanno offerto tante volte, di mantenermi e pagarmi l’università, se tornavo a casa, i miei. Come si fa ad accettare una cosa simile, quando vivi per conto tuo da anni? Non puoi. Servirà, a loro, per scaricarsi la coscienza; anche se dubito che ce l’abbiamo davvero, questa scelta, sulla coscienza; loro pensano e ribadiscono « se volevi davvero farlo bastava chiederlo e ti avremmo lasciata ». Certo, certo. Avrei dovuto elemosinare, pregare, implorare, convincere, con ancora nelle orecchie l’eco dei vari « appena finisce la scuola io non la voglio più in casa, che si trovi un lavoro e se ne vada », « non merita di andare all’università » sussurrati al di là di muri ottusamente troppo sottili.
Sappiate, tutti voi che frequentate superficialmente le vostre università, i vostri master, le vostre specialistiche, come cosa dovuta e ovvia, senza il minimo impegno o senza fare lo sforzo di trovarvi un lavoro nemmeno dopo il decimo anno di iscrizione, credendo che essere usciti con 60 dalle superiori vi renda comunque meritevoli di frequentare l’università, sostenendo che « i professori sono tutti stronzi » o « io non volevo fare questa facoltà, ma ormai » o andando a raccontare che « tutti se vogliono fare l’università la possono fare, basta frequentarne una pubblica » come se solo l’importo della retta scolastica fosse l’unico fattore decisionale, sappiate. Che vi odio, profondamente e visceralmente, tutti quanti.