E così, sono andata a vedere mia zia in clinica. Ci è arrivata dall’ospedale di Sanremo, da cui l’hanno dimessa per quella che da me viene chiamata incurabilità. Sta morendo e quelli che stanno morendo non si curano, si calmano. E giù valium e morfina a fiotti, ben più di quanto serva, a far venire allucinazioni e crisi. L’ho vista dall’uscio, in silenzio, mentre dormiva: aveva appena passato la crisi più grande avuta fin’ora proprio grazie all’introduzione del valium nella cura, una boccetta e via, tutto passa.
Colpevole il mio cinismo, non posso esentarmi dall’indignarmi di fronte al costo della clinica (800 euro al giorno), alle modalità di ricovero in altri posti meglio attrezzati e più economici (graduatoria: muore uno, sali di un posto, alè!), a questa sanità pubblica, che paghiamo per tutta la vita e poi non ci dà un letto in cui morire.
Mia madre mi ricorda di non mostrarmi scioccata o scossa. Scossa di fronte a una zia malata? Mi madre è la persona che mi conosce meno al mondo. Scossa dal vedere la cugina che mi portava a bere fuori al mare, in lacrime e con gli occhi assenti e stanchi, questo sì. Ne ha passate davvero tante; alle volte sembra proprio che i più sfortunati scontino le pene di chi è più fortunato. Alle volte sembra proprio che ti si ritorca tutto contro nello stesso momento, un enorme mattone che ti cade addosso; certo non è l’effetto che fa un mattoncino per volta.