Credo sia stato un mese fa, un mese e mezzo. A letto, a casa *sua*, io nel mio letto un po’ più basso, attaccato al *suo*. Stiamo parlando, forse ho il braccio dalla sua parte. *Lui* parla, e io penso ad altro, per un momento. Sto immaginando lo stesso letto, la stessa notte, quel momento, con un altro uomo; con uno in particolare. Lo visualizzo bene, è come se fosse lì; anche il calore della mano, che tengo nelle mie, cambia. Lavorare d’immaginazione non è mai stato difficile, per me. Però la *sua* voce, le sue parole, si intrufolano nell’immagine che ho appena costruito; iniziano a creparla; la differenza tra la persona che sto immaginando e le cose dette e la sensazione di familiarità che provo è troppo grande, per non frantumarsi in un’implosione di incoerenza. E penso che no, non potrei davvero stare con nessun’altro, in quel modo. Che non potrei stare ad ascoltare nessun altro, con la stessa attenzione che ho per *lui*. Che non sarebbe così, con un altro.
Il problema più grande dei miei rapporti precedente è sempre stato lo scalino che separa la familiarità e la complicità dall’amicizia. Tentavo sempre di avvicinarmi al limite più alto di familiarità, di naturalezza, e sconfinavo sempre nell’amicizia. E tutto diventava irrecuperabile. E’ un interruttore che scatta e non torna più indietro; semplicemente, si smette di sentire quel particolare calore che c’era prima perchè prende il suo posto l’amicizia. Con *lui*, questo problema non c’è. L’interruttore non accenna a scattare e io non me ne preoccupo nemmeno. Con lui ci sono altre cose, che non ci sono mai state per nessun altro uomo; rispetto, soggezione, attenzione; è brutto, da dire, oh è bruttissimo, ma tant’è: quando sono con lui, mi sento con un mio pari. Ed è principalmente lui, che mi fa sentire così; amandomi senza idolatrarmi, senza mettermi su nessun piedistallo, tenendo sempre ben in evidenza tutti i miei difetti umani. E per quanto io detesti quando qualcuno fa notare una mia debolezza, è proprio questo che mi fa vivere bene con lui.