Mi ci vorranno sei mesi ad assorbire questo stupido cambio orario. E mi ci vorranno altri sei mesi ad abituarmi alle variazioni climatiche della primavera. Prima sole, poi piove, poi grandina, poi fa un temporale estivo, poi sole, poi nebbia, poi piove, adesso vento. Insomma. La pioggia porta la tristezza, la nebbia porta l’alienazione, il vento il nervosismo; quindi non si può pretendere che io sia in forma. Adesso poi mi viene fame a quest’ora (ovviamente per il mio stomaco non sono affatto le 11 meno un quarto, ma le 10).
Avrei cose da fare. Avrei case da pulire. Ma non stasera (e quante volte l’ho detto, già? ah sì, due, da quando è iniziata la settimana).
C’è di positivo che la settimana lavorativa sarà corta (venerdì ferie) e di negativo che venerdì partiremo verso le 6:00 e torneremo con un notturno, da prendere a mezzanotte e che ci porterà a Milano per le 8:00 e qualcosa. Poi verremo qui (altri treni? sigh.). E una volta qui andremo a ritirare il comò che è arrivato (e di cui dovrò anche saldare il conto. strasigh.). Lo monteremo. Sposteremo vestiti, rivoluzioneremo camere. Che i weekend di dolce far niente abbiamo tempo di farli, poi, più avanti. Tra un centinaio d’anni.

Le favole, le prime favole
quotidiane reminiscenze
del giorno che resta nascosto
da luci e da nubi, tra usi e soprusi,
tra usi e costumi, tra di noi,
tra di me, tradimento.