Credo sia stato un mese fa, un mese e mezzo. A letto, a casa *sua*, io nel mio letto un po’ più basso, attaccato al *suo*. Stiamo parlando, forse ho il braccio dalla sua parte. *Lui* parla, e io penso ad altro, per un momento. Sto immaginando lo stesso letto, la stessa notte, quel momento, con un altro uomo; con uno in particolare. Lo visualizzo bene, è come se fosse lì; anche il calore della mano, che tengo nelle mie, cambia. Lavorare d’immaginazione non è mai stato difficile, per me. Però la *sua* voce, le sue parole, si intrufolano nell’immagine che ho appena costruito; iniziano a creparla; la differenza tra la persona che sto immaginando e le cose dette e la sensazione di familiarità che provo è troppo grande, per non frantumarsi in un’implosione di incoerenza. E penso che no, non potrei davvero stare con nessun’altro, in quel modo. Che non potrei stare ad ascoltare nessun altro, con la stessa attenzione che ho per *lui*. Che non sarebbe così, con un altro.
Il problema più grande dei miei rapporti precedente è sempre stato lo scalino che separa la familiarità e la complicità dall’amicizia. Tentavo sempre di avvicinarmi al limite più alto di familiarità, di naturalezza, e sconfinavo sempre nell’amicizia. E tutto diventava irrecuperabile. E’ un interruttore che scatta e non torna più indietro; semplicemente, si smette di sentire quel particolare calore che c’era prima perchè prende il suo posto l’amicizia. Con *lui*, questo problema non c’è. L’interruttore non accenna a scattare e io non me ne preoccupo nemmeno. Con lui ci sono altre cose, che non ci sono mai state per nessun altro uomo; rispetto, soggezione, attenzione; è brutto, da dire, oh è bruttissimo, ma tant’è: quando sono con lui, mi sento con un mio pari. Ed è principalmente lui, che mi fa sentire così; amandomi senza idolatrarmi, senza mettermi su nessun piedistallo, tenendo sempre ben in evidenza tutti i miei difetti umani. E per quanto io detesti quando qualcuno fa notare una mia debolezza, è proprio questo che mi fa vivere bene con lui.
random
ti taglierei la gola
Non riesco a concentrarmi. Le braccia sono estremamente pesanti, da muovere su e giù dalla scrivania. Sarà il malditesta; sarà la stanchezza. Saranno le immagini del sogno di stanotte, con le loro voci e le loro sensazioni, che continuano a girarmi in testa. Io ancora non lo so, se i sogni vanno tutti interpretati, o se alle volte sognamo semplicemente perchè ci viene in mente una cosa. Io preferisco non interpretarlo il sogno di stanotte. Come molti altri. L’angolo era come quello della mia baita, del letto di mio padre. Una parete a destra e una di fronte; dietro e a sinistra il nulla, la fine del sogno. Sotto, un letto. Morbido o rigido, non aveva importanza perchè era come se non fossimo realmente appoggiati su quel materasso. Io e lui, alto, con i suoi capelli lunghi legati nel solito codino. Con le mani calde, e grandi. La pelle elastica, setosa e morbida, quella che piace tanto a me. Sono sopra di lui, lui si muove, lentamente. Gode. Io penso a tutt’altro; non sento niente, non fingo neppure. Mi fermo, con i capelli che mi cadono davanti alla faccia, lo guardo di sbieco tra un ciuffo e l’altro mentre gli chiedo « non ti ricordi di me? ». Appoggio le mani alla base del collo, i palmi premuti sul petto; stringo le gambe attorno alle sue. Lui è lì, impotente, immobile, ma con il suo solito sorriso sarcastico sulla faccia. « Se avessi qui un coltello, ora, ti taglierei la gola da parte a parte ». Rivivo per un attimo quegli eventi – che alla luce del giorno sono così inutili e così poco rilevanti – gli racconto, gli dico le frasi che ho ripetuto tante volte tra me e me quando ci pensavo. Non vedo traccia di redenzione, sul suo volto; non ammette di aver sbagliato, non ammette che avrebbe potuto fare meglio; vuole smettere di parlare e riprendere l’attività precedente, non gli importa di altro.
Poi un siparietto mi avvisa che sta per iniziare un mini-sogno tratto da un racconto di Stephen King (e avviso la produzione della mia testa che non è affatto vero, che nemmeno ci somigliava lontanamete al racconto) che dura almeno dalle 8:30 alle 10:00. Alla faccia del breve racconto. Tra varie vicende, uccido un pipistrello strappandogli la testa; il suo sangue, di un bel blu fosforescente, cola a terra, dentro un tombino, e nel giro di due secondi infetta tutto tramite l’acqua; il mondo assume riflessi blu fosforescente, il tempo accelera e cercando di attraversare la strada noto che le macchine pian piano si trasformano in vetture futuristiche (intervallate da bottiglie di coca-cola a forma di tavolette di cioccolato, in confezioni di plastica rigida, dal design accattivante). La missione è andare in un negozio di magia all’interno del paese, dopo aver attraversato la strada. Mi sono svegliata mentre eravamo in questo negozio di magia, con la maga che parlava.
cambi di stagione
Mi ci vorranno sei mesi ad assorbire questo stupido cambio orario. E mi ci vorranno altri sei mesi ad abituarmi alle variazioni climatiche della primavera. Prima sole, poi piove, poi grandina, poi fa un temporale estivo, poi sole, poi nebbia, poi piove, adesso vento. Insomma. La pioggia porta la tristezza, la nebbia porta l’alienazione, il vento il nervosismo; quindi non si può pretendere che io sia in forma. Adesso poi mi viene fame a quest’ora (ovviamente per il mio stomaco non sono affatto le 11 meno un quarto, ma le 10).
Avrei cose da fare. Avrei case da pulire. Ma non stasera (e quante volte l’ho detto, già? ah sì, due, da quando è iniziata la settimana).
C’è di positivo che la settimana lavorativa sarà corta (venerdì ferie) e di negativo che venerdì partiremo verso le 6:00 e torneremo con un notturno, da prendere a mezzanotte e che ci porterà a Milano per le 8:00 e qualcosa. Poi verremo qui (altri treni? sigh.). E una volta qui andremo a ritirare il comò che è arrivato (e di cui dovrò anche saldare il conto. strasigh.). Lo monteremo. Sposteremo vestiti, rivoluzioneremo camere. Che i weekend di dolce far niente abbiamo tempo di farli, poi, più avanti. Tra un centinaio d’anni.
quotidiane reminiscenze
del giorno che resta nascosto
da luci e da nubi, tra usi e soprusi,
tra usi e costumi, tra di noi,
tra di me, tradimento.
tradimento · quintorigo
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