Oggi la corrente va e viene.
Le luci si spengono, rimane tutto illuminato del bianco nebbia che sembra voler entrare dalla grossa vetrata accanto alla mia scrivania, e l’ufficio si popola di bip intermittenti, e ognuno è una voce diversa: il mio computer ha il suo bip lento e basso di tono, l’altro ha il bip acuto e isterico, i plotter fanno i loro suoni che sembrano l’ultimo verso di agonia di un animale preistorico. E tutto si ferma per uno, due minuti.
Non si scrive più sulla tastiera, solo un paio di click per salvare le cose aperte e poi le mani si congiungono, nell’attesa che tutto torni come prima o tutto muoia definitivamente, lasciando solo silenzio.
E la mia testa, oggi, va e viene.
Come la corrente.

Sono assente in questi giorni. Lavoro e mi sembra la cosa più stancante sulla faccia della terra, torno a casa in silenzio, incrociando le mani tra loro mentre cammino osservando finestre da cui esce luce calda, la sera, e ascoltando i passi solitari sul ciottolato.
Faccio una lista di come vorrei fosse tutto tra un mese. E me la arrotolo nello stomaco.