Venerdì. Venerdì non ne ho parlato, ma è stata una serata degna della giornata che ho passato. Inutile e agonizzante. Fuori luogo in qualsiasi luogo, frastornata da silenzi e da musica troppo alta. E guance arrossate dalle lacrime piante sotto la doccia, dalle lacrime piante durante la telefonata, la telefonata di, non so quanto, un’ora?
E mi ha telefonato ancora il giorno dopo, quando io ancora inebetita dal sonno e dalla trisitezza residua del giorno prima ho capito poco e niente della telefonata. E poi il suo sms, « Scusa se ti ho chiamato senza aver niente di particolare da dirti; avevo voglia di sentirti perchè mi manchi, ma forse dovrei capire che non posso sempre fare quello che averi voglia di fare ». E io ho ricaricato il telefonino e ho dovuto aspettare qualche ora prima di chiamarlo e dirgli che non mi aveva disturbata, mordendomi la lingua per non riuscire a dire che mi aveva fatto piacere sentire la sua voce, aveva per un attimo lenito quel male che sento pensando che mi manca.
E alla fine io non lo so cosa voglio, io so che vorrei indietro la mia vita, vorrei poter di nuovo pensare al domani come a un momento che arriverà, pensandoci con il sorriso. Vorrei aver indietro sogni, speranze, progetti. Quelle piccole cose che ti fanno svegliare al mattino, che ti fanno alzare dal letto. E io invece mi rotolo giù, dal letto, indignitosamente, senza appoggiare un piede e pensare che sto iniziando un nuovo giorno ma solo escogitando tutti i modi possibili per ottenebrare la mente e tenerla alla larga da pensieri scomodi e sperare che venga presto di nuovo notte.
E quanto vorrei che lui sapesse cosa vuole, per poter aiutare anche me a saperlo. Quanto vorrei questa sera arrivare a casa e trovarlo sulla porta, come ha fatto altre volte, e salire in casa con lui e sentire un po’ di calore, sulla pelle, che vivere senza sembra essere davvero impossibile.