« Come va? »
« Come ieri. Anzi, anche oggi, un po’ peggio. »

Tra un po’ si stuferanno, di chiedermelo.
Gli unici a cui rispondo bene, con un sorriso, sono i miei capi. Al mattino, l’umore è decisamente più alto del solito, sopratutto per il lavoro. Poi stacco da lavoro, guardo la mia vita, e scendo uno scalino più giù.

Gli ho fatto un altro squillo. Continuo, notte dopo notte, a dormire peggio. Continuo a sognare che finalmente riusciamo a uscire, a vederci, finalmente dico tutto quello che ho da dire in modo comprensibile (e qui capisco che è un sogno) e lui risponde con « ah » o cose del genere. Con facce imbarazzate e gesti impacciati. E va bene, per dio. Richiamami. Chiamami. E usciamo, davvero, questa volta; rispondimi anche con un « che cavolo dici? », fai quello che vuoi, ma lasciami parlare, dire, sfogare, lasciami buttare fuori parole che ora come ora stanno marcendo e si stanno putrefacendo in un luogo indefinito della mia testa.

E una volta che avrò concluso questo capitolo, mi siederò e penserò « e adesso? » e magari potrò; pensare di prendere in considerazione l’idea di vagliare al setaccio tutta questa stramaledetta città per scoprire se davvero non c’è nessuno di interessante.