Alla fine non ho dato l’accesso neppure al mio migliore amico. Gliel’ho dato, subito, un po’ pensierosa, più che altro per non dovermi dilungare in spiegazioni. Poi ripensando a t. e ai messaggi che gli ho mandato, ripensando a tante cose che non dico mai a nessuno, l’ho rimosso. Preferisco tenere per me certi lati oscuri, certe cose che è meglio stiano all’ombra. Ho ancora molto lavoro da fare prima di poter dire che non mi nascondo niente, che non mi mento mai. Quindi voglio usare questo spazio per perfezionarmi, per imparare a dire tutto inizialmente a me stessa. Anche quando le cose che scrivevo erano senza ombra di dubbio solo per me. Anche sui diari "segreti". E’ sempre stato difficile: nel mio diario adolescenziale, non ho mai scritto gli avvenimenti di quel capodanno. Non ne ho nemmeno mai parlato. Se non a pezzi. Sicuramente non ho mai detto cosa pensavo e ho cercato di chiudere tutto in una botola. Da quel giorno ho chiuso i rapporti con l’intera compagnia, per non doverne parlare. Ho cambiato semplicemente vita, ho cambiato anche casa più o meno in quel periodo, ho eliminato ogni contatto potesse rappresentare un aggancio per ricordare. Eppure non è servito, a distanza di 7 anni quel poco che ricordavo allora lo ricordo tutt’ora, come fosse ieri. Forse ricordo decisamente meno il dolore, le ferite, tutte le conseguenze. Ma ricordo gli avvenimenti. Ricordo cos’ho bevuto, ricordo cosa e quanto ho fumato, ricordo il vestitino nero in velluto, ricordo il momento in cui sono andata oltre. Ricordo le facce di qualcuno. Ricordo la telefonata alle 5 del mattino ai miei per dire che rimanevo ancora fuori, nonostante avessi 15 anni, per il semplice fatto che non potevo tornare a casa in quello stato. Non avrei saputo dire se i pezzi della mia faccia c’erano tutti o no, in quel momento. Non avrei saputo dire per quanto tempo ero rimasta incoscente. So però ancora riconoscere "bambolotto", come lo chiamavamo noi, per la pelle liscia e bianca. Ricordo a flash qualcosa di quello che è successo in quella macchina, che era la macchina di un amico, che non ricordo. Ricordo qualche cosa, ricordo un decimo della serata. Ricordo che ci ho messo mesi prima di poter fumare di nuovo qualcosa. Ricordo che tornata a casa ho dormito per 24 ore. E al risveglio la cara mamma mi aspettava a fianco del letto. Ricordo che dopo la sgridata ci ho messo due giorni per potermi alzare dal letto e muovere la schiena senza morire di dolore.
Ricordo quanti basta ho detto quel giorno.
Quel che tutti hanno cercato di risanare, nel tempo, quel che tutti hanno cercato di rattoppare, di far dimenticare, è ancora qui, e sono felice che ci sia stato. Sono felice di aver fatto una svolta nella via dritta in cui stavo andando. Sono felice di vedere certi ex-compagni e poter pensare che io non sono finita così. Sono felice, quella volta, di aver toccato il fondo. Adesso so quando si deve risalire.
Quel che mia madre ha cercato di ricucire nel tempo è un rapporto che lei stessa ha frantumato, tra la suola della sua ciabatta e la mia schiena. Quel che i vecchi amici hanno cercato di farsi perdonare è stato l’aver detto tante cose non vere solo per paura. Quel che i miei futuri ragazzi hanno cercato di farmi superare era il tornare sempre a quella sera e a quello stato d’animo quando si andava un po’ troppo in là con le effusioni. Hanno fallito più o meno tutti. Niente è stato perdonato, niente sarà mai ricucito, niente sarà mai del tutto superato. Io sarò sempre quella che, quando si parla di prime volte, deve rispondere « io non la ricordo » sotto gli sguardi compassionevoli delle ragazzine che sono tutte fiere di averlo fatto per scelta e con l’uomo giusto.
Non perdonerò. Non ricucirò. Non supererò. Ma non rinnegherò nemmeno, nè me ne rattristerò. E tanto basta per vivere serena.