Stamattina mi sono svegliata presto. Distesa a pancia in sù, guardando il soffitto. Ho dormito immobile tutta la notte. Al secondo suono di sveglia ho deciso di alzarmi, invece che rimandarla e addormentarmi per poi svegliarmi in ritardo un’ora dopo. Mi sono vestita velocemente e sono andata a prendere il pullman. Ho aspettato. Ho scambiato sguardi interrogativi con le madame e le madamine che aspettavano, come me. Ho assisito al lento desistere d fronte all’evidenza: una per una, se ne andavano. Alla fine me ne sono andata anch’io, sconfitta da uno sciopero. Ho camminato. Ho preso altri pullman. Ho camminato. Mentre camminavo lungo il bordo della strada, con la gonna in stile pareo che sventolava e le infradito che si appoggiavano sulla sabbia (che poi, è la polvere di granito dovuta ai magazzini sul bordo della strada) per un secondo ho sentito odore di sale. E per un attimo ho pensato che avrei voluto essere al mare. Andare al mare. Fino a ieri non volevo andarci, al massimo – pensavo – quest’anno montaga. Eppure adesso darei di tutto per andare una settimana al mare, svegliarmi al mattino e sentire quell’odore e l’aria fresca e i bambini per strada che ridono e giocano. Prendere le stuoie, un asciugamano, sigarette, accendino, qualche euro e andare in spiaggia e toccare la sabbia, e annusare il mare, e passarmi le mani sulla pelle per toglierne il sale.

Nonostante tutto questo, però, la voglia di sentire odore d’incensi, odore di sabbia diversa, aria asciutta e secca, odore di narghilè, sonagli sottili che tintinnano, vedere palme e tramonti e cammelli e deserti e mari e coralli è più forte della voglia di mare. Aspetterò ottobre. Pazientemente.