Aspetto il mio pullman, in orario, avvolta nel mio cappotto nero lungo, in pace con me stessa e con il cielo azzurro mattutino.
Accaldata dalla camminata a passo sostenuto da casa alla fermata.
Gli occhi si appannano per l’aria fredda, come sempre, e sicuramente mi saranno diventati d’un tratto naso e guance rosse come se avessi bevuto un litro di vino rosso prima di uscire di casa.
Vedo una donna avvicinarsi, sarà la solita signora mattutina che torna dall’ospedale dopo qualche visita o altro.
Mmm, che giacca familiare!
Ah. Ecco. Si avvicina abbastanza da essere vista bene, nonostante la miopia. E’ mia madre.
Si ferma, chiede come va, cosa faccio e cosa non faccio.
/iprocita mode on, rispondo alle domande e sorrido. Piego perfino la schiena che alle 8 del mattino è troppo fragile per movimenti del genere, nel darle due formali baci sulle guance, come faccio con i comuni conoscenti. Mi chiede se mi serve la macchina, che me la può lasciare. Rispondo che no, grazie, preferisco non guidarla la sua macchina, che il pullman è cooosì comodo, ci mette cinque minuti soltanto, va benissimo.
Le dico che forse ho trovato casa, stupidamente come tutti gli altri mi chiede perchè voglio cambiare. Rispondo con la solita scusa, che è troppo grande, c’è quella stanza che non apro mai, e pagare per una stanza in più non ha senso. Non rispondo certo che è perchè la disposizione dei mobili, dei soprammobili, delle candele, dei vestiti, i muri, le porte, è tutto impregnato del ricordo di una vita a due, non di una vita da sola. Non mi manca, non mi manca affatto, ma i ricordi non sono mai piacevoli, soprattutto se accompagnati a sentimenti di rabbia e delusione e sofferenza.
Potresti tornare a casa.
Oh, non è possibile. Quanto ottusa, egoista e stupida dev’essere una persona che crede che dopo tre anni, io abbia intenzione di rimettermi volontariamente e senza alcun motivo (se non avere 300 euro, futili soldi, in più al mese) in una gabbia, che mi renderebbe semplicemente la persona che ero prima.
Oh, è arrivato il pullman, devo scappare, ciao mamma, ci vediamo eh.
Spero tardi.